Soltanto lo spazzacamino ha ancora un futuro

Gli ombrellai sono otto, gli arrotini sono crollati del 24% e le
ricamatrici le trovi solo al Sud. A fare i mestieri di una volta sono
rimasti soltanto in 30mila. Ma nonostante la globalizzazione cresce a
sorpresa un solo lavoro. Il più fumoso

Se piove peggio per voi. Potete recuperare un ombrello, sempre che non ve lo rubino, agli angoli della strada, ve lo vendono per pochi euro e dura quanto un usa e getta, alla prima botta di vento si accartoccia come un foglio da gettare nel cestino, inconsistente come un discorso di Vendola. Ma se volete farlo riparare è quasi impossibile: gli ombrellai in Italia sono rimasti in otto, tre in Friuli, due in Veneto e Lombardia e uno in Sicilia. Più dispersi che irraggiungibili. A Massino Visconti invece, dalle parti di Novara, del «lusciat», l’ombrellaio appunto, è rimasto solo il monumento, a ricordo della fatica di vivere di chi, un paio di secoli fa, lasciava casa e famiglia, spesso appena ragazzino, per sistemare ombrelli in giro per l’Europa, perchè era questo che offriva il mercato. Era un’altra globalizzazione, creava lavoro prima di distruggerlo, accontentarsi non era un fallimento.

Sulla frontiera liquida del lavoro che cambia è rimasto un piccolo esercito, una linea del Piave, a difendere il mestiere dei nonni, quello che definiva un’identità, stabiliva dei ruoli, metteva ogni cosa al proprio posto. Sono trentamila, una riserva indiana di arrotini, ricamatrici, liutai, impagliatori, materassai, accalappiacani, fabbri, spazzacamini, giostrai, professionisti del lavoro di una volta, coriandoli di nostalgia, quasi completamente estinti, ma che forse torneranno richiamati dalle nuove povertà che si nascondono nel vivere tecnologicamente avanzato dell’era digitale, più impababile che mai.

In pochissimi, testardi e un po’ snob, spiegano le elaborazioni dell’Ufficio studi della Camera di commercio di Monza e Brianza, hanno scelto di continuare la propria attività reinventandosi o allargando il proprio business. Orgogliosi di chiamarsi con il nome del nonno. Si identificano con la professione di arrotino 391 imprese in Italia, soprattutto in Emilia Romagna (17,9%), Lombardia (12,5%) e Veneto (11,5%). Ancora oggi ci sono 95 magnani, o stagnini, che scelgono l’antico nome di riparatore delle pentole in rame per descrivere ciò che fanno o forse anche ciò che sono. Guardano le cose gli occhi di un bambino, sembrano venire dal passato solo per chiudere i conti col presente.

Sono quasi 15 mila i parrucchieri che preferiscono farsi chiamare barbiere, per lo più in Campania (2.542), Sicilia (2.355) e Lazio (1.753). Perchè la forma è sostanza e le parole, come dice Nanni Moretti, sono importanti, forse per questo è cresciuto il silenzio tra giovani e vecchi, non sanno più cosa dirsi, non si capiscono più.

I posteri di se stessi non sono molti: cerchi un intagliatore? Ne sono rimasti poco meno di 500, un terzo di loro abita in Trentino Alto Adige. I maniscalchi? Sono 507 precisi, un centinaio solo in Lombardia, una sessantina in Toscana e Piemonte. I liutai? Sono ancora meno, 300, son di più i materassai, che si trovano soprattutto in Lombardia (134), Piemonte (98) e Lazio (55). E in tutta Italia sono rimasti 30 accalappiacani, un terzo vanno a caccia in Campania. Nell’epoca del fotovoltaico, delle energie alternative, del no al nucleare sono invece cresciuti, non si sa perchè, gli spazzacamini, come li avesse moltiplicati Mary Poppins. Sono solo 274 in Italia, localizzati perlopiù in Trentino Alto Adige (26,6 per cento) e in Lombardia (12,8 per cento), ma è la percentuale di crescita che fa più paura di uno spaventapasseri, +62,1 per cento in dieci anni, quasi fosse una professione emergente figlia della new economy, mentre a crollare, e non solo sotto il peso della fatica, sono gli arrotini, 391, -24 per cento negli stessi dieci anni. Resistono le merlettaie e le ricamatrici, quasi sempre nel Meridione, soprattutto in Puglia e in Sicilia, sembrano sentimenti che sembrano persi tra gli oggetti smarriti. E del doman non v’è certezza.