La soluzione spetta agli elettori

Romano Prodi ha cercato di giocare d'anticipo con una chilometrica intervista pubblicata ieri su La Repubblica. Ma era una trappola e c'è caduto. Perché la sua impavida auto-celebrazione e il suo ricatto «o si fa come dico io o mi cacciate» (con variante: «o me ne vado»), condito da reiterate accuse agli alleati di andare ciascuno per proprio conto, ha posto questi di fronte all’alternativa di piegarsi - e quindi di lasciarlo a Palazzo Chigi regalandogli inoltre il comando del futuro Partito democratico - o di spedirlo a casa perché sta facendo inabissare l'Unione e sta mandando all'aria lo stesso progetto del Pd.
Nella girandola di accuse reciproche per una sconfitta che, soprattutto nel calo assoluto dei voti, ha assunto proporzioni allarmanti per tutta la sinistra, anche se gli avversari del Partito democratico sono soddisfatti per i risultati da loro ottenuti, i quattro cavalieri del «nuovo soggetto politico» - cioè Prodi, Fassino, Rutelli e D'Alema - sono arrivati allo scontro finale: non per scegliere quale rotta indicare al Governo e quindi come rispondere alla rivolta degli elettori, rilanciando l'alleanza, ma per decidere chi deve prendere il controllo del nuovo partito che Prodi stesso, dando un preoccupante sintomo di distacco dalla realtà, ha prefigurato come l'arma finale e salvifica di tutti i problemi.
Un'arma che solo lui afferma, con incomprensibile sicumera, di sapere maneggiare, chiedendo di essere giudicato al termine di cinque anni. Ma Piero Fassino lo ha bloccato: «Il governo si giudica ogni anno». Che sembra un invito a Prodi a dimettersi, e soprattutto a rinunziare alla pretesa di guidare il Partito democratico. È il prezzo che Fassino, avendo perso prima un pezzo di partito e poi le elezioni, è costretto a pagare a Francesco Rutelli e a Massimo D'Alema per ottenere almeno il ruolo di speaker del nuovo soggetto politico. Ma il primo cerca di agguantare in extremis la leadership del futuro Pd, spostandolo verso il centro (riduzione dell'Ici) e sperando che i popolari di Marini si accontentino; il secondo punta a farsi «invocare» come successore di Prodi al governo per ridare credibilità a quella politica che egli stesso ha certificato essere in coma. E tutti insieme per evitare che Walter Veltroni, battezzato e cresimato pochi giorni fa da Giulio Andreotti, faccia cappotto, laici-laicisti della sinistra permettendo.
Un Prodi sicuro di sé - ma lo era anche nel 1998 quando andò al voto di fiducia sbagliando i conti - vuole i pieni poteri e quindi si precipita da Varsavia per partecipare alla riunione del vertice del Pd, temendo che gli altri, avendo chiesto un rinvio della riunione per avere il tempo di riflettere sul significato del voto, invece vogliano prendere tempo per mettere a punto un complotto ai suoi danni. Quindi tutto può accadere, incluso la salita di Prodi al Quirinale per rassegnare le dimissioni. Sarebbe un’ironia della sorte, avendo Prodi ieri mattina detto che Berlusconi poteva recarsi da Napolitano ma solo per tornarsene a mani vuote!
Lo spettacolo che la sinistra offre al Paese risulta così desolante oltre ogni ragionevole aspettativa, o ottimistica per quanto riguarda l'opposizione. Ne è prova la fretta con cui Luca Cordero di Montezemolo ha ribadito ieri: «Continuerò a fare il mio mestiere, l'imprenditore e il manager», avocando alle sole imprese il merito della ripresa, e quindi senza dare alcun riconoscimento alle rivendicazioni di Prodi e di Padoa-Schioppa sulla ripresina e il risanamento dei conti pubblici.
Resta un problema non secondario: se Prodi si dimette, può l'Unione presentare un altro candidato senza tornare al voto? Il 9-10 aprile dello scorso anno fu votato un binomio: Unione-Prodi. E gli elettori lo scelsero, anche se di misura. Se uno dei due termini viene meno, decade il patto politico-elettorale, indipendentemente dal fatto che si siano svolte elezioni amministrative parziali. Questo è forse il muro cui Prodi si appoggia, con in più una minaccia non proprio velata: che rischia di saltare il processo di costruzione del Partito democratico, poiché questo - pur non esistendo ancora - è stato il vero sconfitto delle elezioni amministrative. Candidati in pectore per guidare un governo di transizione o istituzionale o presidenziale (il Capo dello Stato potrebbe rimescolare le carte con un «messaggio alle Camere») ce ne sono. Ma se crisi della politica c'è, tenere gli elettori fuori dalle decisioni, con soluzioni «oligarchiche», contribuirebbe ad aggravarla.
Alessandro Corneli