Sono inglesi i veri bamboccioni In casa con mamma fino a 34 anni

Generazioen Tanguy. Il 30% dei baby-adulti britannici vive con i genitori e non pensa di
metter su famiglia da solo. Ma nel resto d’Europa non va meglio

Sono trascorsi 7 anni da quando abbiamo conosciuto Tanguy, ma non ci risulta che si sia ancora schiodato dalla casa dei genitori. La mamma Edith e il papà Paul, se erano già disperati nel 2002 (quando l’occhialuto figliolo aveva 28 anni), figuratevi oggi che il bamboccione francese viaggia per le 35 primavere.

Ma a conferma che il futuro non è più quello di una volta, ecco arrivare dall’Inghilterra la notizia che pure lì abbondano i Tanguy ultratrentenni. Con buona pace dei bamboccioni italiani di matrice padoaschioppana, di quelli spagnoli griffati Zapatero e dei baby-adulti tedeschi che la Merkel vorrebbe scrollare a colpi di ceffoni. La verità è che la sindrome da Tanguy non ha una nazionalità precisa, ma è un fenomeno trasversale che fa i conti con una realtà ben più complessa del film di Étienne Chatiliez dove un ragazzo brillante, bello e affascinante ha tutto quello che si può desiderare, ma non vuole però lasciare la casa dei genitori nella quale si trova bene, nonostante essi provino in ogni mondo a «cacciarlo».
Ecco dunque sfatato il luogo comune che vede negli italiani il popolo più mammone. Un esercito di Tanguy si aggira infatti disperato anche tra città cosmopolite come Parigi, Madrid e Berlino: nulla a che fare con i tormentoni autodafé sull'inconsistenza della generazione X Y Z e sull'«ombelicocentrismo» di certi intellettuali di provincia. Significativi, a tale proposito, i dati che arrivano dalla Gran Bretagna, dove nel 2008 ci sono stati 300.000 ragazzi in più tra i 20 e i 34 anni, rispetto al 2001, che hanno scelto di ritardare il momento del distacco dal nido familiare.

Secondo l’ufficio nazionale britannico per le statistiche (Ons), sono circa un terzo gli uomini britannici e un quinto le donne, tra i 20 e i 34 anni, che vivono ancora in famiglia. Gli analisti dicono che le cause sono facili da inquadrare: crisi economica, ma anche tempi più lunghi di studio che portano a ritardi nel raggiungimento dell’indipendenza economica e dei matrimoni.

Nel 2001, il 27% dei giovani uomini in questa fascia d’età viveva in famiglia, e il 15% delle donne; nel 2008 le percentuali sono passate rispettivamente al 29 e al 18%. Ma secondo l’Ons, «c’è stata anche una riduzione del gap generazionale che ha cambiato i rapporti tra genitori e figli, e questo rende più facile per figli adulti restare nella casa dei genitori».

Intanto, l’età media per convolare a nozze è salita da 27,2 anni nel 1998 a 29,7 anni nel 2006 per le donne, e da 29,3 anni nel 1998 a 31,8 nel 2006 per gli uomini. Il primo figlio, quindi, sempre più spesso slitta a dopo i trent’anni.

In generale, quella che emerge dalle statistiche dell’Ons è una crisi del nucleo familiare tradizionale. «Il modello di famiglia composto da madre, padre e due figli è diventato un pezzo da museo», ha detto al Daily Telegraph il dottor Richard Woolfson, terapeuta familiare e psicologo per i bambini. Circa 1,66 milioni di bambini in Gran Bretagna, infatti, sono cresciuti da coppie non sposate. Il numero delle persone che vivono da soli è raddoppiato dal 6% registrato nel 1971 al 12% del 2008. A confermare una tendenza ormai in atto da anni, i numeri mostrano poca voglia di creare nuovi nuclei familiari: indicativo il numero dei matrimoni registrati nel 2006, il più basso dal 1895, con un misero totale di 237.000.

Sempre fedeli al noto detto inglese: «Meglio single che male accompagnato...».