Sorpresa: i docenti italiani più ricchi dei colleghi Usa

Gli studenti intruppati okkupano per difendere l'università «dalle logiche di mercato», spalleggiati da professori e perfino da rettori. Vedi a Roma Luigi Frati, noto soprattutto per il numero di parenti assunti nella sua facoltà, che ha arringato così i ragazzi: «La proposta del governo è una cretinata». Certo, questi accademici fremono di sdegno sotto gli ermellini, snocciolano la stessa litania: povera università italiana, si lamentano, muore di fame, ma con tanto impegno riesce comunque a farsi valere in campo internazionale per le sue ricerche. E in più, dicono, ammiccando al comprensibile desiderio di egalitarismo dei giovani, è aperta a tutti, senza distinzione di ceto sociale. I dati per comprovare queste affermazioni del resto li forniscono loro, sono soprattutto elaborazioni della Crui, la conferenza dei rettori. E i ragazzi abboccano all’amo. Ma siamo proprio sicuri che una vitaminica iniezione delle vituperate «logiche di mercato», quelle «all'americana», come si dice con disprezzo, andrebbe a svantaggio degli studenti, e tanto più dei poveri e volenterosi?

Colpito e affondato

C’è un professore che a questa domanda dà una risposta diversa dai colleghi del baronato accademico, una risposta che fa a pezzi tre falsi miti sull’università italiana. E lo fa adducendo un semplice ragionamento logico e una puntuale, e inedita, analisi dei dati. Partiamo dal ragionamento del professor Roberto Perotti (esposto in un libro uscito di recente, L'università truccata, ed. Einaudi): «Se fosse vero che l'università italiana con pochi fondi fa una ricerca eroicamente all’avanguardia ed essendo gratuita promuove pure la mobilità sociale, tutto il mondo cercherebbe di imitarne il modello». Colpito e affondato, poiché è evidente che non è così. È l’analisi di Perotti, che non è proprio l’ultimo arrivato: insegna alla Bocconi, dopo 10 anni di docenza alla Columbia University.

Il mito della povertà

Non passa inaugurazione di anno accademico senza che i docenti battano cassa. Poi, andando a guardare a come vengono gestiti i soldi, emergono scandali clamorosi (vedi il caso di Siena, raccontato nei giorni scorsi). Ma non solo: secondo Perotti, è falso l'assunto di partenza, cioè che le risorse a disposizione siano scarse. Secondo la Crui infatti, mediamente gli atenei italiani dispongono di 7.723 dollari per studente, cifra che porrebbe l’Italia agli ultimi posti nel mondo. Le nostre università insomma, avrebbero dotazioni paragonabili a quelle di Messico o Ungheria, invece che a quelle degli altri Paesi del G7. Ma c’è il trucco. Perché se l'università è (quasi) gratis, si iscriveranno molte persone poco motivate, che poi non frequenteranno nemmeno le lezioni, men che meno daranno esami. Dunque, uno studente che in facoltà non mette piedi, non impegna risorse. I fondi delle altre università infatti sono calcolati sulla base dei soli Etp, gli «studenti equivalenti a tempo pieno». Insomma i soli studenti attivi. Il dato italiano, al netto da questo trucchetto da maghi da strapazzo, sale a 16.027 dollari, una delle cifre più alte al mondo, seconda solo a Stati Uniti, Svizzera e Svezia.

Il mito dei poveri ma bravi

«I ricercatori italiani sono di meno della media europea, pagati peggio e con dotazioni inferiori ma hanno una produzione scientifica in linea e spesso superiore». Parola di Fabio Mussi, in un suo intervento quand’era ministro dell’Università. Un entusiasmo con i baffi, signor ex ministro. Come quello che lo indusse ad affermare, in una puntata di Anno Zero, che tra le prime 500 università del mondo ce ne sono 100 italiane. Peccato che in Italia neanche ci siano 100 atenei. La classifica in realtà vedeva solo 20 università italiane in graduatoria. La migliore è la Statale di Milano, piazzata 136ª, dietro anche all’Università delle Hawaii. E le citazioni dei lavori scientifici italiani in campo internazionale, sono scarse.
Ma i ricercatori italiani sono davvero così poveri? Gli stipendi dei giovani sono davvero bassi, ma per effetto della progressione per anzianità, l'unica riconosciuta dall'università italiana, la media arriva a 48.300 dollari l’anno, contro la media di 46.000 dollari dell'Inghilterra. Avete presente no? Il Paese di Cambridge e Oxford.
E il paragone con l'America è ancora più eclatante. «Un ordinario italiano con 25 anni di servizio - spiega Perotti - può raggiungere uno stipendio superiore a quello del 95% dei professori americani, indipendentemente dalle pubblicazioni scientifiche». La differenza è nella distribuzione degli stipendi: negli States il rapporto tra gli stipendi degli ordinari e quelli degli assistenti è di 1,5 a 1. In Italia è di 4,5 a 1. Cioè strapaghiamo l’anzianità di servizio, anche a chi, una volta assunto, non abbia pubblicato nemmeno uno straccio di ricerca.

Il mito dell’egualitarismo

Iscriversi all'università costa poco, dunque è la meno classista, favorisce i talenti senza guardare al portafoglio. Questo è il mito più resistente. E quello che cede con più fragore. Per di più, la verità emerge confrontando la situazione italiana con quella del Paese con l'università considerata più d'élite. «In Italia - dice Perotti - il 24% degli studenti italiani proviene dal 20% più ricco delle famiglie. Dal 20% più povero proviene solo l’8% degli studenti (dati Bankitalia). Negli Stati Uniti, dal ceto sociale meno abbiente proviene il 13% degli universitari. «L'università italiana dunque - conclude amaramente Perotti- è un Robin Hood a rovescio: le tasse di tutti, inclusi i meno abbienti, finanziano gli studi gratuiti dei più ricchi».