Sorpresa: i giovani?Mai così raccomandati

Nonostante tante prediche sulla meritocrazia, i ragazzi si affidano alla spintarella più dei loro padri e nonni

Ci sono temi nazionali che passano da una generazione all’altra, che ci tramandiamo di padre in figlio, ma che ineffabili sopravvivono ai guasti del tempo, ripresentandosi ogni volta più vivi e più attuali: in cima alla lista, la meritocrazia. Tra costume e leggenda, la meritocrazia è uno dei valori fondanti di tutte le nostre repubbliche, dalla prima alla terza, agognato da tutte le forze politiche e da tutte le classi sociali, vero cavallo di battaglia in qualunque programma elettorale, come il mare pulito e le piste ciclabili.

Sì, sulla meritocrazia siamo veramente tutti d’accordo: un’Italia più giusta e più moderna non può che ripartire dalla meritocrazia. Ne sono convinti gli ipotetici beneficiari, questi ragazzi senza cognome e senza aderenze, dotati soltanto delle proprie nude capacità, e ne sono straconvinti soprattutto quelli che a livello altissimo possono cambiare le regole: ce lo vengono a ripetere tutte le sere nei loro talk-show, lo urlano accorati, è ora di ristabilire la meritocrazia, diamine, non possiamo più accettare che i nostri giovani migliori siano costretti a scappare per vedersi riconosciuti e gratificati, e pazienza se fino a mezz’ora prima di andare in diretta questi stessi personaggi hanno distribuito pizzini e mail per piazzare portaborse, sottopancia, cognati, suocere e nipoti. La meritocrazia è un’idea talmente alta che sorvola tranquillamente qualche personalissima faccenda familiare.

Questa è l’Italia di oggi, questa è l’Italia di sempre. Una nazione che sogna tutti i giorni la meritocrazia, ma che appena ha un figliolo da sistemare consulta l’agenda delle amicizie più preziose e alza subito il telefono, dottore, onorevole, che ne dice stasera una cena da me, le devo parlare di una questione, niente di speciale, non si spaventi, solo un favore di piccolo conto, sa, c’è di mezzo la mia famiglia, e io per la famiglia farei qualunque cosa.
Come stupirci allora di questi nuovi rilevamenti statistici forniti dall’Isfol, un ente che agisce nel campo della formazione e del lavoro. Al netto delle bugie che qualunque intervistato di qualunque sondaggio ha sempre in canna, le percentuali sono eloquenti: ancora oggi, dopo decenni di appelli e di promesse per abolire nepotismi e raccomandazioni, il 30 per cento di chi trova sistemazione lo deve al tris di amici, parenti, conoscenti. Particolare significativo: tra i giovani, la percentuale sfiora il 40 per cento.

La raccomandazione, pietra miliare della nostra società civile. Ora e sempre. Abbiamo voglia di raccontarcela, con uffici di collocamento, agenzie interinali e compagnia cantante: lo zio giusto muove più di qualunque curriculum. Ci si capisce, per raccomandazione non s’intende l’utilissima segnalazione di persone meritevoli: questa non è raccomandazione, è solo un grosso aiuto che si dà a chi sta cercando un dipendente e al dipendente che sta cercando un posto. In Italia sappiamo tutti bene che cosa davvero si intenda per raccomandazione: storicamente, imbucare un imbecille nel posto sbagliato, scavalcando un lunga fila di soggetti molto più meritevoli. È questa la purissima dannazione italiana.

Che avvenga nel privato è seccante. Che avvenga nel pubblico, è insopportabile. Difatti, tutti lo considerano odioso. Ma quando arrivano nei posti giusti, tutti usufruiscono della leva. Basta leggere le cronache più fresche: tra una corruzione e l’altra, immancabile la richiesta di piazzare il congiunto, l’amante, l’amico, il mio ragazzo tanto timido, però così capace...
È storia: tra le tante riforme del lavoro, niente e nessuno è mai riuscito a riformare l’arte dell’appoggio.

Ci ritroviamo figli di e nipoti di a qualunque livello: municipalizzate, uffici stampa, centri studi, consigli regionali, televisioni, giornali, banche, università, fiction e corsie d’ospedale. Purtroppo, resta un solo modo per reagire: chi non ha santi in paradiso, deluso e vinto, si accomoda all’estero. Adesso è tutto da vedere se Supermario, tra i suoi superpoteri, abbia pure quello di restituire fiducia ai giovani senza cognome: in Italia è più difficile che azzerare lo spread.