Sorpresa, il tribunale dà torto a Caselli Assolto il «Giornale»

da Milano

A Palermo ci fu «qualcosa di peggio» di una guerra tra carabinieri e magistratura: ci fu «l’enorme e subdolo potere dei collaboratori di giustizia». Secondo una sentenza di ieri del tribunale di Milano, fu lo strapotere dei pentiti ad aprire la stagione dei veleni in cui investigatori dell’Arma in prima linea nella lotta alla mafia si ritrovarono invece sul banco degli accusati. Ricostruire polemicamente quei fatti, dice ancora la sentenza, «costituisce esercizio del diritto di critica». Per questo è stato assolto Maurizio Belpietro, ex direttore del Giornale, per cui la Procura di Milano aveva chiesto otto mesi di carcere e cui Giancarlo Caselli, ex procuratore di Palermo, e Guido Lo Forte, suo ex vice, avevano chiesto centomila euro a testa.
Insieme alla sentenza il giudice Sofia Fioretta, della Terza sezione penale, deposita anche le 43 pagine di motivazioni che entrano in profondità non solo nei dettagli dell’articolo scritto dal senatore Lino Jannuzzi e pubblicato sul Giornale del 7 novembre 2004 ma anche dei drammatici fatti palermitani intorno a cui ruotava l’articolo: dal naufragio dell’inchiesta mafia-appalti al suicidio del maresciallo Antonino Lombardo, al ritardato arresto di Balduccio Di Maggio, il pentito ridiventato killer, fino al caso più discusso e controverso, la cattura di Totò Riina il 15 gennaio 1993 e la mancata perquisizione del covo del Capo dei capi in via Bernini. Ed è su questi episodi che il Tribunale di Milano prende esplicitamente le distanze dalla linea ufficiale della Procura palermitana.
«Tutti i fatti storici descritti nell’articolo corrispondono a verità», scrive il giudice Fioretta. Lino Jannuzzi era uscito di scena avendo la Camera ritenuto le sue affermazioni insindacabili espressioni di un parlamentare: quindi anche Belpietro, imputato di omesso controllo e difeso dall’avvocato Salvatore Lo Giudice, avrebbe potuto venire prosciolto (come prevede una recente sentenza della Cassazione). Invece il giudice si è inoltrato - con un processo durato un anno - nella giungla dei veleni palermitani. E ha assolto Belpietro «perché il fatto non sussiste».
Tra gli altri, la sentenza ricostruisce meticolosamente la tragica morte del maresciallo Antonino Lombardo, morto suicida dopo che gli ex sindaci di Palermo e di Terrasini, Leoluca Orlando e Manlio Mele, lo avevano accusato di collusioni con la mafia. La sentenza definisce semplicemente come «calunniose» quelle accuse, «il maresciallo Lombardo è ricordato da tutti i militari dell’Arma come una persona di altissima professionalità, uno dei pochissimi che fosse riuscito veramente a selezionare e leggere, tra le molteplici informazioni dei troppi collaboratori di giustizia, quelle utili per il conseguimento di risultati concreti». La Procura di Palermo che indagando sulla morte del sottufficiale gli aveva attribuito «episodi di infedeltà emersi dalle indagini» viene accusata dalla sentenza di ieri di avere espresso un giudizio «poco generoso» e soprattutto «non supportato da alcun elemento di prova».
Ancora più netti i passaggi in cui il giudice milanese dà ragione a Jannuzzi sul caso della mancata perquisizione del covo di Totò Riina, per cui a Palermo vennero incriminati e poi assolti il capitano Sergio De Caprio «Ultimo» e il suo capo, Mario Mori. «Ritiene il tribunale che i fatti posti a fondamento del giudizio pesantemente critico espresso da Jannuzzi nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo corrispondano a verità». E ancora: «la ritardata perquisizione del covo di Totò Riina è stata atto concordato dai carabinieri del Ros e dall’ufficio inquirente (cioè la Procura, ndr) palermitano»; «il comportamento degli uomini del Ros è stato ineccepibile»; «la sospensione del servizio di osservazione del covo, decisa unilateralmente e motivatamente dai carabinieri, è stata ininfluente rispetto al mancato ritrovamento dei pizzini (l’archivio di Riina, ndr)»; e infine «non solo la ineccepibilità ma anche la buona fede dei militari del Ros erano già di per sè intrinsecamente desumibili non solo dal vissuto al servizio dello Stato dei due militari ma soprattutto dal comportamento tenuto dai medesimi nei giorni precedenti l’arresto del boss». Perché - scrive il giudice - se si fosse fatto come voleva la Procura, e non come voleva «Ultimo», Riina non sarebbe mai stato preso.