Il sottosegretario: "Non permetterò a nessuno di trascinarmi nel fango"

Bertolaso: "Sono finito nel tritacarne senza potermi difendere
Ma con le querele a chi mi ha infamato costruirò 5 ospedali in Africa". "La storia dei festini
è ridicola. La presunta
escort è una terapeuta,
gravissimo che l’abbiano
chiamata in quel modo.
I magistrati fanno ipotesi
e poi si danno la risposta"

«Non intendo subire tutto questo, non permetterò a nessuno di trascinare nel fango me e con me le migliaia di uomini e donne della Protezione Civile». Guido Bertolaso affronta il primo weekend da indagato. Le accuse sono note: bustarelle, donne, appalti gonfiati. Secondo l’accusa l’uomo più famoso e ammirato d’Italia, quello che ha ripulito Napoli dal pattume, salvato centinaia di abruzzesi rimasti sotto le macerie del terremoto, ricostruito case antisismiche a tempo di record, arginato piene di fiumi e altri miracoli del genere non sarebbe quello che appare. Anzi, sarebbe una specie di mostro dalla doppia vita.

Dottor Bertolaso, chiederle come si sente è partire con una domanda troppo banale?
«Guardi, l’importante non è l’umore ma i fatti. E più passano le ore più diventa chiaro che dalle carte non emergerebbe nulla che giustifichi un simile provvedimento nei miei confronti».
Perché usa il condizionale?
«Perché le notizie le apprendo dai giornali. Atti giudiziari che dovrebbero essere segretati sono finiti prima sui giornali che nelle mani dei miei avvocati. Il tritacarne si è messo in moto senza che io potessi difendermi, spiegare, controbattere. Non è giusto, è una vergogna».
Rimaniamo ai fatti.
«Appunto. Prendiamo la storia del centro benessere e della presunta escort Francesca. Oggi finalmente i miei avvocati l’hanno raggiunta. È una massaggiatrice terapeuta, con tanto di storia professionale e personale. Altro che orge e festini, ha rimesso in sesto un mucchio di persone acciaccate come me. Che qualcuno si sia permesso di farla passare per prostituta è di una gravità assoluta».
A proposito, in famiglia come hanno preso questo aspetto della vicenda?
«Ho subito spiegato a mia moglie e alle mie figlie che le accuse erano infondate, che non c’era nulla di vero. Mi hanno creduto e oggi sono felice che ci siano i riscontri per poterlo dimostrare in modo inequivocabile. Certo che...».
Certo che cosa?
«È innegabile che io e i miei affetti siamo stati tramortiti da questo tsunami di gossip e intercettazioni nel quale sono coinvolto mio malgrado. La cosa ci addolora ma un fatto è sempre più evidente».
Quale?
«Che in questa storia non sono il protagonista, sono il bersaglio. I successi che abbiamo ottenuto in questi anni devono aver creato non poche invidie e gelosie. Quando qualche mese fa avevo pensato di lasciare il motivo era anche questo. Avevo capito che prima o poi qualcuno me l’avrebbe fatta pagare».
La famosa bustina di cocaina nella giacca...
«Esatto, l’ho già detto e lo ripeto. Hanno provato a incastrarmi, ma la storia non regge».
Neppure quella delle bustarelle?
«Se quella dei festini è ridicola, questa lo è ancora di più. Le sembro uno che si vende? E per giunta per diecimila euro?».
Onestamente no.
«Appunto. Tutto si basa sul fatto che ho incontrato qualche volta l’imprenditore Diego Anemone che mi avrebbe omaggiato di qualche bustarella. I magistrati formulano l’ipotesi e poi si danno già la risposta».
Che è?
«Che non ci sono prove o elementi concreti. Ma allora mi chiedo: di che stiamo parlando?».
Magari del pasticcio che è successo a La Maddalena.
«Giusto, parliamone. Sa che è successo?».
Più o meno, ma se ce lo spiega lei è meglio.
«Le cose sono andate così. A un certo puntoho scoperto che dei lavori che avevamo previsto costassero 300 milioni di euro stavano per essere appaltati a 600. Incaricato della pratica era un certo De Santis. Io ho capito che qualcosa non tornava. Ho  allontanato De santis e insieme al professor Calvi ho rifatto il progetto, riportandolo ai valori di spesa originali. Più di così che diavolo dovevo fare?».
Eppure il leader dell' opposizione, Pieluigi Bersani, ieri ha chiesto ufficialmente le sue dimissioni.
«Ho sentito. Mi piacerebbe dirgli due o tre cose».
Diciamogliele.
«La prima. Bersani dovrebbe sapere che un alto funzionario dello Stato decade se le sue dimissioni vengono accettate. Io mi sono dimesso ma il miodatore di lavoro, che non è lui ma il capo del governo Silvio Berlusconi, le ha respinte».
La seconda cosa?
«In questa richiesta c’è molta irresponsabilità. Io non sono a capo dell’Ente del Turismo o dei musei nazionali. Dirigo la Protezione civile. E secondo lei, per far piacere a Bersani, possiamo lasciare il Paese senza il numero uno dell’emergenza così, da un giorno all’altro? Se stanotte, domani, accade un terremoto o una tragedia chi interviene a guidare i soccorsi? Lui? Non credo».
Terzo.
«Bersani dovrebbe informarsi e domandarsi se è un Paese normale quello in cui dei magistrati mettono nelle ordinanze intercettazioni nelle quali secondo loro io parlo di mignotte - che poi si scopre essere una regolare massaggiatrice - e non le decine, forse centinaia, nelle quali mando al diavolo, spesso in malomodo, chiunque tenti di blandirmi o sia semplicemente ambiguo nel linguaggio. Ma vorrei aggiungere anche una quarta risposta».
Prego.
«Credo che Bersani sia in parte costretto a comportarsi così. Deve tenere buoni gli alleati della sua coalizione che, come noto, in quanto a garantismo, non sono teneri o lo sono solo quando gli conviene. In compenso ho ricevuto decine di messaggi e di email di esponenti del Pd che mi danno la loro incondizionata solidarietà».
Ovviamente in segreto. Si aspettava altro dalla politica?
«No, loro fanno il loro mestiere e lo capisco. Io ne faccio un altro, io risolvo i problemi, a volte drammatici, della gente».
A proposito della politica, che fine farà ora il progetto della Protezione civile Spa che doveva essere votato alla Camera tra pochi giorni?
«Temo si farà marcia indietro, ed è unvero peccato».
Perché?
«Se qualcuno usasse la testa e leggesse la legge, capirebbe che una struttura simile non solo migliorerebbe ancora l’efficienza della Protezione civile ma la metterebbe ancor più al riparo dal rischio che accadano fatti come quello della Maddalena».
Forse la parola Spa affiancata all’emergenza fa paura.
«È esattamente il contrario. A noi serve agilità, trasparenza e controlli rapidi sulla correttezza del nostro operato. Il resto è demagogia».
Torniamo all’inchiesta giudiziaria. Che si aspetta?
«Di fare chiarezza con i giudici, ma non so quando potrà accadere e con chi dovrò parlare».
In che senso?
«Mi è sembrato di capire che, essendo stato intercettato anche un magistrato di Roma, tutto il procedimento dovrà essere preso in carico dai giudici di Perugia. Così dice la legge. Il che vuol dire che per due o tre mesi, il tempo di trasferire faldoni e scartoffie, dovrei stare sulla graticola. È assurdo non poter spiegare, dimostrare la propria innocenza in tempi compatibili con la delicatezza del mio incarico. Una vera ingiustizia, e non è l’unica».
Qual è l’altra?
«I giornali mi hanno riversato addosso fango dando praticamente per certe ipotesi di reato, pubblicando documenti segretati. Mi consola che con il ricavato delle querele che sto per fare costruirò quattro o cinque ospedali in Africa. E questo grazie a un giornale, in particolare».
Quale?
«Il Corriere della Sera. Ha pubblicato le intercettazioni complete del mio indirizzo di casa e del mio numero di telefonino. Siamo alla follia, oltre che a una palese violazione della privacy. Sa cosa vuol dire? Che ovviamenteho dovuto disattivare quel numero, quello attraverso il quale gestivo in temporeale tutte le emergenze. Ci vuole tempo a risintonizzare una catena di comando articolata ed estesa su un nuovo numero. E se accade qualche disguido con chi ce la prendiamo? Con i giudici, col Corriere? Io quel numero non lo usavo per organizzare festini o gestire bustarelle, ma per salvare vite umane. Le è chiaro?».
A me sì, non so se lo è a tutti.
Alessandro Sallusti