Uno sparo scatenò l’insurrezione

La destituzione di Rakosi dalla guida del Pc ungherese mi aveva rallegrato, ma m’era dispiaciuto che lo sostituisse un uomo e un politico peggiore, Ernö Gerö, autore di crimini nella guerra di Spagna contro la sinistra non comunista. Consideravo però effimera la sua nomina. Infatti il ruolo dell’opposizione cresceva e io ne informavo i francesi su Les Lettres nouvelles, col titolo «La Repubblica indipendente degli scrittori ungheresi». Raccontavo la sedizione al loro congresso, con la cacciata dalla direzione dei comunisti ortodossi e il rifiuto della censura. L’articolo veniva ripreso dall’organo ufficiale degli scrittori polacchi e da Tempo presente di Silone.
I miei contatti a Budapest erano gli scrittori Tibor Déry, Tibor Tardos e Tamás Aczél. E Julia Rajk, vedova di Laszlo, ex capo della resistenza comunista, ex segretario del Pc, ministro, amico in gioventù, unico comunista col quale, dopo la mia rottura col Pc nel 1934, mantenessi rapporti. Combattente in Spagna, tornato in Ungheria, Rajk era sfuggito alla condanna a morte dei nazisti ungheresi; non a quella dei comunisti ungheresi. Nel 1949 fu giustiziato come complice di Tito e traditore. Era il segnale della completa bolscevizzazione dell’Ungheria, che io avevo denunciato su Esprit nel novembre 1949. Julia Rajk aveva tradotto l’articolo, distribuendolo clandestinamente negli ambienti del Pc. Nell’ottobre 1956 ottenne i funerali di Stato per il marito, presenti migliaia di persone. Nei giorni seguenti, l’Ungheria era attenta ai fatti polacchi. La repressione della manifestazione operaia a Poznan aveva provocato massicce proteste e movimenti di truppe sovietiche verso Varsavia. Così il segretario del Pc, Ochab, lasciò il posto a Gomulka, la cui nomina era reclamata da un’opinione pubblica raramente così unita. Ochab era riuscito a far accettare questa soluzione dal Cremlino.
I successi degli antistalinisti in Polonia - allontanamento di Rokossovki, liberazione del cardinale Wyszinsky - fomentava l’agitazione universitaria e intellettuale anche in Ungheria. A Budapest il 23 ottobre era stata organizzata la manifestazione di solidarietà con la Polonia, autorizzata dalla polizia, con tappe alle statue del generale polacco Ben (che era nello stato maggiore dell’esercito insurrezionale nel 1848-1849), poi a quella di Petöfi, poeta nazionale della libertà, caduto sul campo nel 1849 contro le truppe dello zar, venute in aiuto all’esercito austriaco.
Il 23 ottobre 1956 i giovani si dirigevano verso la piazza del Parlamento per ascoltare scrittori ai quali s’era aggiunto Nagy, fischiato per avere cominciato con un «Cari compagni». A fine pomeriggio un gruppo di manifestanti affollava ancora via Sándor, dove aveva sede la radio. Qui una delegazione pretendeva la lettura al Paese di un manifesto di rivendicazioni in dieci punti. Al rifiuto erano seguite violente proteste. Così era intervenuto Gerö, appena tornato da Belgrado, dove aveva diretto una delegazione del Pc. Gerö non era Ochab: invece di placare la folla, l’aveva provocata, mettendo in guardia dagli agenti fascisti e controrivoluzionari infiltrati fra i manifestanti, elogiando generosità e amicizia dell’Urss, annunciando la convocazione del comitato centrale per il 31 ottobre. «Il suo discorso è la goccia che fa traboccare il vaso», scrivevo. I manifestanti avevano interpretato le sue parole come un «no» alle loro aspirazioni.
Uscito dalla Radio, Gerö aveva rischiato il linciaggio, ma aveva poi raggiunto la sede del Pc e convocato Nagy. Infine aveva preso decisioni infauste. Chi sparò per primo? Un manifestante esasperato dal rifiuto di diffondere il manifesto alla radio o un poliziotto minacciato dai manifestanti? In pochi minuti la manifestazione era diventata un’insurrezione armata, mentre altrove i manifestanti abbattevano la statua di Stalin.
A Parigi, fra casa e redazione della France Presse, io vivevo quei giorni come in trance, commentando i fatti grazie anche all’aiuto dell’ambasciatore polacco a Parigi, Gajewski, amico di Gomulka, da poco alla testa della Polonia. Gajewski mi aiutava nella lotta che conducevo contro la propaganda comunista e quella dei «compagni di strada», ascoltando i programmi delle radio ungheresi libere e delle informazioni telefoniche di amici sul posto. Negli articoli sottolineavo gli sforzi di Nagy soprattutto dopo il 29 ottobre, quando aveva occupato l’ufficio lasciato libero da Gerö in fuga e conduceva un doppio negoziato: con i capi dei comitati insurrezionali e con gli inviati di Mosca, cercando di ristabilire l’ordine sotto un governo pluripartitico, sperando di rafforzare la corrente del Presidium sovietico favorevole a un compromesso.
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Solo ora sappiamo che - nei primi giorni del novembre 1956 - la sconfitta di Imre Nagy, posto alla testa del governo ungherese dall’insurrezione del 23 ottobre, è stata frutto della determinazione degli stalinisti al Cremlino d’opporsi alla politica di Krusciov, basata sul discorso al XX Congresso del Pcus nel febbraio 1956: continuarla avrebbe solo condotto a perdere il controllo dei Paesi satelliti.
L’intervento di novembre contro l’Ungheria - comandato dal maresciallo Zukov, lo stesso che aveva preso Berlino undici anni prima - aveva dunque un duplice scopo, che all’epoca non si coglieva: oltre a rovesciare Nagy, dimostrare i danni del compromesso di Krusciov con Tito, riconoscendo il comunismo nazionale jugoslavo.
Nella mia battaglia anticomunista sulla stampa, devo molto del mio parziale successo in Francia e in Italia all’ambasciatore polacco a Parigi, Gajevski. Fu lui a portarmi Komwicki, il corrispondente da Budapest del quotidiano del Pc polacco Trybuna Ludu, fino all’arrivo delle truppe sovietiche: a Parigi, il giornalista mi raccontava le sue impressioni d’Ungheria, che confermavano il mio punto di vista, cioè che Nagy non voleva l’impossibile. Al momento della decisione sovietica d’intervenire militarmente, Nagy poteva ristabilire l’ordine, imponendo gli obiettivi socialdemocratici della rivoluzione sulle sporadiche manifestazioni di nazionalismo usate come pretesto dai sovietici.
In una cena a casa mia durata fino all’alba, ero riuscito - grazie alle spiegazioni di Komwicki - a convincere Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir dell’assurdità delle tesi sovietiche, echeggiate dalla stampa del «partito dello straniero», come l’aveva chiamato un de Gaulle non ancora tornato al potere. Tesi secondo le quali Mosca voleva salvare la democrazia contro la restaurazione in Ungheria del vecchio regime autoritario, se non fascista.
Era un successo - Sartre faceva opinione non solo a sinistra - che ha lasciato traccia nella sua lettera pubblicata come prefazione al mio libro Ungheria 1945-1957 (Einaudi, 1957), dove il filosofo mi scriveva: «Sarebbe assurdo pretendere di presentare lei a un pubblico che già conosce la sua Storia delle democrazie popolari e che la considera l’unica opera veramente informativa su questi Paesi così vicini e, da dieci anni a questa parte, così misteriosi. Per tutti noi, che abbiamo apprezzato la sua profonda comprensione dei problemi sociali, che per merito suo abbiamo capito per la prima volta le contraddizioni economiche di quelle società nuove, vorrei dire che la sua più rara dote è l’obiettività. (...). Per un esule è difficile, quasi impossibile, restare imparziale. Ma lei ha voluto e saputo esserlo. Fra tante opere di diversa ispirazione, tutte egualmente sospette, quelle che esaltano i regimi dell’Europa orientale e quelle che li denigrano, incontrare il suo libro è stata una fortuna».
Sartre avrebbe proseguito la discussione sul senso della rivoluzione ungherese col numero speciale della rivista Les Temps modernes, dedicato a scritti di scienziati, poeti e romanzieri ungheresi che esponevano la loro intenzione di sostituire al comunismo stalinista un regime socialdemocratico e liberale. Proprio in Ungheria 1945-1957 analizzavo il dramma del mio Paese al di là dell’intervento dell’esercito sovietico, che in meno d’una settimana ne aveva preso il controllo. Constatavo la responsabilità particolare nei sanguinosi eventi della direzione del Pc ungherese, specialmente di Gerö. Persa la speranza di arginare l’insurrezione con la polizia, s’era rivolto alle truppe d’occupazione russe, trasformando il movimento pacifico, originariamente diretto contro un potere screditato, in lotta armata contro l’egemonia sovietica. E l’intervento militare russo derivatone - flagrante contraddizione dell’intenzione di Krusciov d’avvicinarsi all’Occidente - voleva rovesciare il governo di Nagy.
Dopo la rapida sconfitta della rivoluzione, pronosticavo che le sue aspirazioni sarebbero state realizzabili quando Nagy fosse riabilitato. È successo nel 1989 e si può dire che la liberazione incruenta dell’Ungheria, grazie alla svolta di Gorbaciov, realizzasse le speranze dei «giovani combattenti per la libertà» del 1956 per l’avvenire della patria.
(2. Fine. Traduzione di Maurizio
Cabona. L’articolo precedente
è uscito giovedì 6 aprile)