Spazio, un calamaro in missione speciale sullo Space Shuttle

Gli scienziati l'hanno spedito in orbita insieme con cinque microbi. Sono loro i "supereroi" che sperimenteranno per noi le condizioni di sopravvivenza nello spasio. Il mollusco sarà sacrificato: i batteri lo attaccheranno e poi sarà analizzato

Piccoli e leggendari come i lillipuziani de I viaggi di Gulliver, invisibili come gli dèi, invulnerabili come i supereroi. Gli elementi per cui madre natura li ha eletti vanno dal profondo degli oceani al più caldo dei focolai: eppure sono oggi i protagonisti di un’avventura senza precedenti nello spazio. Una squadra composta da cinque microrganismi sconosciuti ai più e un calamaro - proprio così, un calamaro - ha preso il cielo lo scorso 17 maggio, a bordo dello Shuttle Endeavour per un progetto dell’Agenzia spaziale italiana. La missione? Oltre a esplorare la materia spaziale, queste temerarie creature ci dimostreranno quanto si possa sopravvivere in un ambiente che non conosce la gravità, sottoposte, per di più, a imponenti radiazioni. Un tragitto a prova di Star Trek per verificare la teoria della «transpermia», secondo cui la vita sulla Terra potrebbe essere giunta da meteoriti provenienti da Marte e Venere.
I primi esploratori della navetta sono chiamati «orsi d’acqua» (tardigradi per la scienza): microrganismi che non arrivano a un millimetro ma che, sotto la lente giusta, assumono sagome simili agli orsi di mare. Non c’è temperatura compresa tra lo zero assoluto e i 150 gradi centigradi che sia in grado di sopprimerli. Il loro ingresso è stato seguito da esemplari di Deinococcus radiodurans: «Conan il batterio», come è stato ribattezzato, in quanto, come il supereroe, resiste a prove delle più letali. In questo caso, radiazioni che possono superare i 15.000 gray. Gli Haloarcula marismortui, terzi nell’elenco, sono invece microrganismi che sopravvivono alle acque più salate del pianeta: ambienti la cui quantità di sale non è sopportata da nessun’altra, per quanto diabolica, specie di essere vivente. Poi ci sono i Pyrococcus furiosus («mangiatori di fuoco»), così battezzati, in una commistione tra la Magna Grecia e le passioni di Ariosto, perché capaci di mantenersi in vita a temperature elevatissime. Si è infine imbarcata una partita di Cupriavidus, laboriosi microbi che concorrono alla formazione delle pepite d’oro.
A queste prodigiose, infinitesime realtà del mondo, si è unito poi il «pezzo grosso». Addirittura un «calamaro sacrificale». Spiega il sito web Galileo (Giornale di Scienza): «Gli scienziati della Nasa vogliono stabilire se a questi batteri buoni capiti quanto osservato in quelli cattivi: nelle condizioni estreme di temperatura e radiazioni, questi ultimi diventano ancora più nocivi. Quindi, una volta raggiunta la Stazione spaziale, il piccolo calamaro sarà colonizzato con i batteri esposti allo spazio, ucciso e conservato per poter poi essere analizzato». «Batteri buoni», li chiamano gli scienziati, come piccoli angeli immolati nel segno della scoperta, del mistero, di una curiosità tutta umana che ha scritto il suo primo episodio con la cagnetta Laika, spedita negli orizzonti del vuoto nel lontano 1964. «Batteri buoni», differenti da quelli «cattivi»: eppure, vita che addenta la vita (quella del povero calamaro). Un parente (non troppo alla lontana) del calamaro ci aveva tenuti col fiato sospeso appena l’anno scorso, durante i mondiali in Sudafrica: il celeberrimo polpo Paul, «mollusco veggente» che si dirigeva sicuro verso ostriche e cozze nel suo acquario, con pronostici che ne avevano fatto la star dell’estate.
E se la piccola Violetta degli Incredibili (capolavoro Disney-Pixar) sfruttava il potere dell’invisibilità per sondare i misteri dell’amore, e spiare il compagno di scuola che le aveva rapito il cuore, gli Invisibili sondano oggi le frontiere dell’universo, in un percorso scelto dall’uomo: nel caso di specie, l’italiano Roberto Guidetti. «Fin da studente volevo studiare gli animali. Dopo aver guardato dentro il microscopio mi si è aperto un mondo nuovo e lo sguardo ha iniziato a indagare migliaia di invisibili creature» ha raccontato Guidetti, il quale, nel corso della sua ricerca, ha anche scoperto delle nuove specie. Tra le altre, il Murryanous Stellatus o il Ramazzottius affinis. Animali poco studiati, nei quali non è raro imbattersi soprattutto se si analizzano substrati. E, naturalmente, luoghi inesplorati.