Ma la speculazione è poi così negativa?

La specula era la vedetta della legione romana. Speculatore è perciò colui che guarda lontano, che osserva e predice il futuro. Così facendo si espone a rischi elevati ma anche a grandi rendimenti. Lo speculatore è un imprenditore come altri: valuta, rischia, poi guadagna o perde.
Nel mercato la speculazione è uno straordinario meccanismo per segnalare e «prezzare» un fenomeno atteso, anticipandone parte degli effetti. La speculazione contribuisce a riportare situazioni strutturalmente distorte all’equilibro, magari forzando gli attori economici e i politici ad assumere decisioni necessarie. Pensiamo alla Fiat: sono stati gli speculatori, con le loro scommesse al ribasso, a forzare una ristrutturazione il cui ulteriore ritardo avrebbe definitivamente azzerato l’azienda, con quel che ciò avrebbe comportato.
I mercati dei future e degli swap, di cui gli speculatori sono un anello fondamentale, facilitano la gestione del rischio di prezzo, a vantaggio dei consumatori finali. Anche per il petrolio.
Oggi i mercati finanziari ritengono che la domanda in Paesi come la Cina crescerà, che l’offerta non sarà in grado di tenerle testa e che il prezzo del petrolio sarà più alto di quanto avevano previsto in precedenza: agli speculatori conviene perciò comprare oggi per vendere domani. Una speculazione al rialzo rappresenta il miglior stimolo per un consumo più efficiente di energia, la ricerca di nuovi approvvigionamenti, l’investimento in tecnologie alternative all’oil.
Berlusconi ha detto: dobbiamo dire ai produttori che se i prezzi non scenderanno noi sostituiremo il petrolio con il nucleare. Questo è il nocciolo della questione. Grazie ai fenomeni speculativi, in particolare all’anticipazione sui prezzi attuali di fenomeni futuri, è possibile costringere i governi ad assumere scelte di lungo periodo; da formica e non da cicala. Per eterogonesi dei fini (gli effetti inintenzionali) la stessa «speculazione» può indurre quelle policy di governo che avranno solo in futuro il loro impatto sulla domanda o sull’offerta di energia (l’efficienza energetica o gli investimenti nel nucleare), ma possono far calare oggi i prezzi.
La demonizzazione della speculazione non è una novità. Non è nel mercato finanziario dei contratti future che vanno ricercati, semmai esistono, gli untori della peste. La ragione per cui il prezzo del petrolio continua a crescere è una: l’offerta è rigida e non è in grado di tenere il passo della domanda di oggi e domani, anch’essa poco sensibile alle variazioni di prezzo. In più, viste le prospettive sui prezzi, il produttori hanno probabilmente interesse a rallentare l’estrazione (e i bassi tassi d’interesse americani non invogliano certo a produrre e a investire i ricavati, ma a tenersi il petrolio nei giacimenti). Lo stesso per le materie prime alimentari: gli «speculatori» amplificano i segnali di scarsità. L’offerta mondiale avrebbe bisogno di uno «stimolo» e questo non può che essere l’auspicata apertura dei mercati europeo ed americano, togliendo i dazi e non mettendone di nuovi, unitamente all’innovazione tecnologica. Nel nostro Paese, la critica alla speculazione si è tramutata in una giudizio contro il «mercato», ritenuto incapace o, peggio, colpevole. Le crisi e i crac inducono salutari meccanismi di autocorrezione del mercato, costosi soprattutto per gli speculatori che tirano troppo la corda, e la politica ha il compito di aggiornare la regolamentazione estendendola ai fenomeni nuovi.
Ma il primato della politica e del diritto sull’economia non può tradursi in una pretesa di «redenzione» dei meccanismi del mercato. È una pretesa sbagliata dal punto di vista teorico, visto che la quantità di informazioni che il mercato raccoglie e gestisce non può stare neppure nella mente del più intelligente dei legislatori. Ed è una ambizione vana dal punto di vista pratico, poiché nessuno ha ancora scoperto un sistema più efficiente e giusto di produzione e diffusione della ricchezza e del benessere.
Nessun fanatismo «mercatista» (merce per altro scarsissima nella storia europea), ma, per parafrasare Churchill: il mercato è il peggiore dei sistemi economici, a esclusione di tutti gli altri.