Un adrenalinico thriller sull'abuso di antidepressivi

Steven Soderbergh racconta la storia di una giovane donna ricca che finisce nel tunnel degli psicofarmaci. Ma non tutto è come sembra 

In medicina e in farmacologia, viene considerato un «effetto collaterale» qualunque azione o effetto indesiderato, non necessariamente nocivo, di un farmaco o trattamento. Sono riportati puntualmente sui foglietti illustrativi inseriti all'interno delle confezioni delle medicine acquistate anche se ci sarebbe da chiedersi in quanti leggano queste note invece che concentrarsi unicamente sulla posologia. Un argomento che, dal punto di vista cinematografico, sembra fatto apposta per imbastirci sopra un buon thriller. Almeno, così ha pensato Steven Soderbergh che ha scelto provocatoriamente di girare un film, Effetti collaterali appunto, che sfrutta l'ottima sceneggiatura imbastita da Scott Z. Burns (Contagion). Burns ha condotto una approfondita ricerca sull'uso degli antidepressivi negli Stati Uniti, scovando vari articoli sui farmaci prescritti contro il disagio psicologico che in un numero significativo di soggetti provocavano comportamenti inspiegabili. Parla dunque di questo il film? Sì e no, perché in questa pellicole nulla è come appare. Sui confini che delimitano la fine della realtà e l'inizio della malattia mentale, del resto, la storia del cinema ha scritto pagine numerose e importanti. E su questo dilemma («Sarà realmente malata?»; «Finge?») Soderbergh ha messo in piedi un thriller psicologico, con venatura noir, che sembra pescare principalmente da Hitchcock (la suspense è notevole) ma, per certi versi, anche da Woody Allen.
Tutto sembra sorridere a Emily (Rooney Mara) e Martin Taylor (Channing Tatum), una giovane coppia che vive nel lusso. Fino a quando lui non viene arrestato per insider trading e condannato a quattro anni di carcere. Emily, incinta, perde non solo il bambino ma anche tutte le sue sicurezze, entrando nel tunnel della depressione. Neanche l'uscita dal carcere di Martin sembra migliorare la sua situazione clinica tanto da indurla a tentare il suicidio. Conosce lo psichiatra Jonathan Banks (Jude Law) che le prescrive, dopo vari tentativi, un nuovo farmaco su consiglio della precedente psichiatra della donna, la dottoressa Victoria Siebert (Catherine Zeta-Jones). Il farmaco aiuterà molto Emily che sembra rinascere ma gli effetti collaterali dell'assunzione non tarderanno a manifestarsi con conseguenze drammatiche che non vi sveliamo. Lo stesso Banks, ritenuto responsabile degli accadimenti rischia di veder distrutta la sua carriera e, soprattutto, l'equilibrio della sua famiglia.
Parte, dunque, come un dramma, per raccontare in che modo una malattia come la depressione possa sconvolgere completamente la vita non solo di chi ne è affetto ma anche di coloro che, vivendo accanto al malato, si sentano incapaci e inadatti ad aiutarlo. Un dramma nel dramma. Poi, improvvisamente, quando lo spettatore sembra ormai incanalato in questo registro, la pellicola ha una svolta narrativa sfociando nel noir misto a thriller, in un gioco delle parti dove niente è più come appare. Da quel momento, sarà un crescendo di colpevoli, presunti o reali, di piani diabolici, di congiure, di colpi di scena che, soprattutto nel finale, risultano anche piacevolmente divertenti.
Il regista ha la bravura di saper caratterizzare, in maniera forte, i propri personaggi, ben assecondato da un cast perfettamente nella parte. Certo, dire che sia tutto imprevedibile è fare torto a chi siede in platea. La trama, in alcuni momenti, ha sbocchi quasi logici, per non dire telefonati. Il che, non guasta il risultato finale. Sullo sfondo, rimane il tema dell'abuso dei farmaci. A Soderbergh non interessa prendere posizione o imporre la propria opinione. La sua è quasi un'indagine «oggettiva» che lascia ampi spazi di riflessione in chi paga il biglietto.