Gli anni Ottanta Un decennio pieno di lustrini e di poesia

Andrea Caterini

Che gli anni Ottanta siano stati il decennio della poesia della rinascita, e la ricerca, di una lingua radicata alla tradizione, dopo che la neoavanguardia ne aveva frantumato la forza dei significati , lo si comprende andando a rileggere le raccolte poetiche che vennero pubblicate. E lo si capisce pure da come i poeti che esordirono allora (De Angelis, Damiani, Magrelli, Albinati ecc.) sono poi gli stessi che sono oggi maggiormente letti e già studiati. La storia di alcuni autori è circoscritta solo a quel periodo. Vi fu chi scomparse prematuramente (penso a Beppe Salvia e Pietro Tripodo), e chi non scrisse più (o scelse di non pubblicare), come, per esempio, Giuliano Goroni. Tra questi ultimi si colloca anche Gino Scartaghiande. Dopo l'esordio dei Sonetti d'amore per King Kong (del 1977), libro che colpì altri poeti suoi contemporanei da Pagliarani a Zanzotto, da Amelia Rosselli a Renzo Paris , Scartaghiande tornò con un nuovo libro, Bambù (questioni di provincia), solamente nell'88, stupendo ancora con un cambio di rotta, aprendosi a una nuova possibilità espressiva. Poi più nulla, salvo pubblicazioni in rivista o in plaquette. Accogliamo ora con piacere Oggetto e circostanza (Il Labirinto, pagg. 160, euro 20) che raccoglie tutta l'esperienza poetica di Scartaghiande e che ci consente di percepire la sua ricerca, più che la sua evoluzione. Se si leggono i versi iniziali, quelli dei Sonetti d'amore, ci si accorge di quanto essi esprimano, quasi per un voluto contrasto, o una lotta, la certezza di un dubbio sull'esistenza: «Per questo sappiamo che tutte le nostre sciagure/ si collocano nel passato e che il futuro/ non potrà portarci che dei miglioramenti./ Sappiamo benissimo però che tutto ciò/ è anche falso». Un dubbio che fa divenire spesso la poesia discorso; che per mezzo del discorso (inteso come pensiero) si alimenta per ritrovare la musica, il verso, cioè il metro. E la metrica è ancora espressione di quel dubbio che si diceva.

In un dialogo con Arnaldo Colasanti, posto come prefazione a Bambù, diceva che «la metrica è scienza contemplativa», una scienza che si pensa a partire dal proprio stesso corpo; un corpo come esperimento e conoscenza del mondo. Capita spesso che il verso si interrompa con una preposizione, o un articolo, apostrofati. Questo pare accada per restituire un salto nel vuoto che il corpo, attraverso la parola, compie; un salto che fa trattenere il respiro: «Riuscito ad esserti. Siamo/. E sai dove e vedi quando./ Se ne parlava: l'/ improbabile. E invece/ si è confusi». Poesia che pensa e si pensa, e che diventerà successivamente, ma sempre guardando alla tradizione, specie a Petrarca, una poesia della «natura», cioè fatta di misura, di «piccoli lineamenti». Una poesia che, mentre si costruisce nuovamente «un'anima», ma come ormai vivendo dentro quel vuoto lì dove «Essere è coincidere. Feroce/ starsene della parola/ al proprio accento» , si dà come atto di concentrazione assoluta, contemplazione, attesa di una «grazia».