La bacchettata

Un grande interprete e docente, Igor Markevic, osservava che i direttori d'orchestra che gesticolano con le braccia parallele (vale a dire con le mani che girano a specchio), gli parevano primitivi come «un pianista che non può suonare che all'unisono». Osservando Franz Welser-Möst (al secolo Franz Möst da Linz) nel concerto di Natale dal Teatro alla Scala in un programma beethoveniano dominato dalla rara Messa in Do maggiore, abbiamo compreso pienamente come mai Markevic ponesse l'indipendenza delle mani alla base della moderna tecnica direttoriale (in molte partiture le entrate simultanee e le sfumature contrastanti richiederebbero «dieci braccia e non due»). Un precetto, un fondamentale, che Markevic aveva imparato dal suo Maestro, Hermann Scherchen, anch'esso docente autorevole e autore del primo trattato scientifico sulla direzione d'orchestra. Le mani di Welser-Möst hanno tagliato l'aria senza tregua, ottenendo, in un perenne mezzo forte/forte, un fraseggio grigio e monocorde. Per fortuna un eccellente quartetto di solisti (Luba Orgonasova, Gerhild Romberger, Christian Elsner e Wilhelm Schwinghammer), il solido coro scaligero istruito da Bruno Casoni e la qualità del genio di Beethoven hanno riequilibrato la bilancia, evitando che il tocco di Welser-Möst, novello Mida al contrario, trasformasse tutto in metallo ferroso. Dopo l'infelice debutto scaligero nelle Nozze di Figaro, ci si augurano finite le guarentigie.