Beat Bugs, ecco il cartoon che diverte i bambini con i brani dei Beatles

Ciascun episodio ispirato a una canzone dei Fab Four. Interpretata dalle popstar di oggi

Nostro inviato a Los Angeles.

In fondo è l'uovo di colombo: spiegare il passato a chi entra nel futuro. Specialmente in questa epoca, quella del web, un'epoca monodimensionale che azzera la storia e si accontenta del presente fulmineo. Perciò, ladies and gentlemen, Beat Bugs è una serie di cartoon che Netflix ha creato per i bambini ma che piacerà anche, magari soprattutto, ai loro genitori, entrambi per una rara volta accomunati dalla musica. Quella dei Beatles, per capirci. Interpretati dagli eroi delle classifiche di oggi, da Sia a Jennifer Hudson a Robbie Williams, Eddie Vedder, Pink, Chris Cornell e Aloe Blacc fino a sua maestà Rod Stewart, tutti impegnati a cantare le canzoni incantabili, ossia quelle dei Fab Four. Insomma, ci siamo capiti: gli ingredienti sono giusti per essere trasversali e piacere a più generazioni. Intanto da oggi Beat Bugs sarà in mondovisione per gli oltre ottanta milioni di abbonati alla tv sul web più famosa del globo e senza dubbio pioveranno recensioni (difficile parlarne male). Però mettere insieme tutto il progetto non è stato facile e l'ideatore Josh Wakely, un tipino elegante, australiano ma non si direbbe, senza dubbio visionario, ha dovuto pietire qui e là per ottenere tutti i diritti. Ma, alla fine, missione compiuta. E lui la riassume così, tenendo timidamente il microfono in mano durante un incontro al Beverly Hilton di Los Angeles: «I bambini amano la musica e i Beatles fanno grande musica. Tra secoli, si parlerà dei Beatles come oggi parliamo di Shakespeare».

Sembra facile.

Però sono trascorsi tre anni prima di ricevere l'ok. «Invece poi ottenere l'assenso degli interpreti è stato molto più veloce», racconta sempre intimidito dalle luci del palco prima di raccontare un aneddoto che spiega bene quanto le leggi del marketing siano distanti dalla passione di ciascun cantante: «Un giorno mi squilla il telefono e sento una voce che mi dice ciao sono Eddie Vedder. Ho pensato: o è uno che lo imita bene oppure è davvero lui». Era proprio lui, che oggi dice: «Quello di Josh è un mondo fantastico che ha fatto nascere una serie televisiva incredibile, con grandi storie e una bellissima animazione». In effetti, senza troppi giri di parole, è così: Beat Bugs spacca, per dirla alla maniera rap. E, ispirandosi in ogni episodio a una canzone dei Beatles, racconta la vita, le esplorazioni, i turbamenti e i giochi di cinque improbabili protagonisti: Jay, Kumi, Crick, Buzz e Walter. Ciascuno è un carattere particolare, dal leader all'amicone allo scienziato all'entusiasta a tutti i costi. E tutti noi, a prescindere dall'età, possiamo rivederci, riscoprirci e persino ritrovarci in ciascuno di loro. L'animazione, poi, è supertop e si capisce bene anche dallo spot che gira in rete. Non a caso, Netflix ha confermato Beat Bugs anche per la seconda serie, che inizierà a metà di novembre (a oggi è fissato il 18). E, sempre non a caso, iTunes mette in vendita la colonna sonora, ovviamente divisa in due volumi, che da sola è una chicca per gli appassionati dei Beatles se non altro perché non raccoglie versioni spicciole e raffazzonate, tutt'altro. Ogni brano è stato riarrangiato e cucito su misura per ciascun interprete. Per capirci, Rod Stewart che canta Sgt. Peppers's lonely hearts club band avrebbe potuto rivelarsi un suicidio. Idem per Robbie Williams (Good day sunshine) o ancor più per Pink, impegnata in una pericolosissima Lucy in the sky with diamonds. Invece no.

Invece tutto funziona bene anche per chi, con il ditino alzato, non aspettava altro che di criticare al solito grido «guai a chi li tocca». Perciò, incassata la promozione musicale, Beat Bugs realizza quella ragione sociale sempre più spesso dimenticata dalle cosiddette tv di servizio pubblico: insegnare divertendo oppure divertire insegnando. «In queste canzoni ci sono tanti messaggi e, capendoli, sarà possibile capire l'epoca in cui sono state pubblicate», dice un Josh Wakely sempre meno timido perché, dopo più tre anni, ha realizzato ciò che neppure i Beatles speravano sarebbe accaduto: rendere le loro canzoni comprensibili a chiunque tra i 6 e i 90 anni. Per di più, mezzo secolo dopo averle pubblicate. Mica poco.