Boatto, ecco com'era davvero la città della Pop Art

Il racconto di un viaggio nella New York del 1964 mentre sta avvenendo una rivoluzione

Andrea Caterini

Alberto Boatto (1929-2017) è stato forse il primo in Italia ad accorgersi della forza dirompente di un'arte nuova. Se ne rese conto attraverso le opere di alcuni artisti statunitensi Rauschenberg, Jim Dine, Jasper Johns ecc. che alla Biennale di Venezia del 1964 esposero le loro opere: irriverenti, originali, provocatorie. Opere che erano state dai più messe alla gogna. Si temeva che quei ragazzi americani fossero venuti a conquistare l'Europa, finanche a irriderla; che potesse, il loro messaggio, divenire una forma di dominio culturale. Boatto la pensava all'opposto. Aveva subito compreso che il significato andava cercato in quel tentativo di connettere lo spazio artistico all'oggetto d'uso quotidiano, «la maniera con cui avevano ricondotto l'arte alla sua immediata materialità: la pittura agli oggetti». Se ne era invaghito al punto che decise di partire verso la patria di quella forma espressiva, la più moderna delle città del mondo, New York.

Chi abbia qualche rudimento di storia dell'arte del Novecento, sa che se si vuole capire la Pop Art non si può prescindere dalla monografia di Boatto. Uno studio pubblicato per la prima volta nel 1967 da Lerici, poi ampliato in un'edizione definitiva nel 2015, due anni prima della sua morte. Ora però, è uscito quello che potremmo definire il libro ombra di Pop Art: New York 1964 New York (Italo Svevo edizioni). Boatto racconta, in forma diaristica, proprio di quel viaggio compiuto lo stesso anno delle Biennale, dove, con un solo contatto in tasca, riesce a entrare nello studio di quelli che sarebbero poi divenuti artisti osannati. Qui possiamo incontrare un poco più che trentenne Warhol nella sua Factory, il quale accoglie il critico, lo fa sedere su un divano (non prima di aver spazzato via, con due dita, dei residui di polvere) per poi alzare al massimo la musica, rendendo impossibile la conversazione. O ancora scoprire le ansie del ventinovenne Dine, attorniato dai suoi già numerosi figli, che spiega il senso concettuale dei propri lavori.

Entrare in quelle case significava per Boatto conoscere il laboratorio stesso in cui quelle opere prendevano vita, scoprire in presa diretta il significato di un'epica per immagini tutta radicata nel presente (un'epica fedele al consumo ripetuto e sfrenato di cose), che gli artisti pop stavano non solo manifestandone tutto il fascino ma anche già svelandone il volto alienante.