Bono, McCartney e Pink Floyd la voce del rock sul G8

Il leader degli U2 intona «Sgt. Pepper». Poi dice: «Non cerchiamo carità, cerchiamo giustizia». Arriva Bill Gates: «La generosità può salvare milioni di vite». Spunta anche Kofi Annan

Paolo Giordano

nostro inviato a Londra

E così, mentre da là in fondo si vedevano solo mani alzate, Bono è entrato nel piccolo tunnel che porta alla luce qui ad Hyde Park. Paul McCartney era già davanti, gli altri U2 dietro sorridenti, e sul palco c’erano i dragoni della Regina, timidissimi con le loro trumpet, le trombe d’argento della fanfara reale. Silenzio. Quando è iniziata Sgt Peppers lonely hearts club band e McCartney smagrito e sciatto ha preso a cantare con Bono di fianco, e insomma in scena c’erano due eminenze della musica del Novecento, Hyde Park è diventata la navata di una basilica con absidi in tutto il mondo, un rito d’animo e passione senza politica o appartenenze di bandiera. Il primo concerto di una nuova epoca e una rivoluzione di nuvole grigie lo festeggia in cielo, cambiando piano piano le luci tra gli alberi. Forse per questo, cantando il verso «really it’s a thrill» («è davvero un’emozione») Bono ha fatto davanti al microfono, lui con i primi peli bianchi della barba e le occhiaie rassegnate, il ritratto di questo concerto che si chiama «Live 8 perché si rivolge agli otto uomini più potenti del mondo» come ha scritto Bob Geldof ieri sull’Independent. Duecentodiecimila persone ad Hyde Park, un andirivieni di storia musicale nei camerini, con David Gilmour in giacca blu e capelli bianchi che spiega quant’è stato pressante «Geldof a invitarci a casa sua per convincerci a riformare i Pink Floyd». Intanto gli U2 mandavano a memoria la loro Beautiful day (mentre partiva una nuvola di colombe bianche) e poi stravolgevano Vertigo perché questo è comunque sempre rock al ritmo di «unos, dos, tres, catorce» ma dopo si può anche dire che «non cerchiamo carità, cerchiamo giustizia» senza che nessuno si senta a disagio. Il primo concerto della nuova epoca vuole dare «la spallata» alla povertà del Terzo Mondo e «al G8 tocca farlo» dice Bono. Quando iniziano ad arpeggiare One, la meravigliosa One, Hyde Park è in silenzio e ci sono lacrime sui volti sotto il palco. Incredibile. Quando Elton John, vestendo un’improbabile giacca nera con uno scheletro di raso rosso ricucito sopra, salta sul suo pianoforte cantando The bitch is back o presenta un drogatissimo Pete Doherty dei Libertines, allora si capisce che il livello è altissimo e i ragazzi meno rodati (Keane, Stereophonics, Joss Stone, Snoop Dog, Razorlight o i Travis che duettano a sorpresa con Geldof in I don’t like Mondays) sono solo il riempitivo di uno show epocale perché senza slogan, pacato eppure dolcemente euforico. Brad Pitt presenta Annie Lennox e sembra un attivista di Greenpeace: e lei canta Why con le lacrime agli occhi mentre i due megaschermi a lato del palco mandano devastanti immagini di bimbi africani «forse già morti di Aids». Vestito di bianco, nei camerini Geldof dice che «è uno dei più grandi show di ogni tempo» prima di correre a presentare Bill Gates «che in vita sua ha donato cinque miliardi di dollari in beneficenza» e qui, davanti a chi ha appena digerito gli innocui Coldplay, si prende una salva di applausi dicendo che «la generosità può salvare milioni di vite». Paradossalmente, il magnate odiato, il re mida sbertucciato è molto più efficace del segretario dell’Onu Kofi Annan, che burocraticamente augura «un buon concerto» e poi si ritira in giacca e cravatta. Il bianco della camicia è lo stesso dell’abito di Madonna, di tutto il suo coro e di Birhan Weldu, la bambina-immagine del Live Aid che oggi, vent’anni dopo, è una bella ragazza molto arrabbiata sul palco di fianco alla popstar più famosa del mondo. Madonna è strepitosa, materna in Ray of light e irriconoscibile quando dilata Music e quasi la trasforma in un mostruoso coro gospel che inonda la spianata. Non ci fossero l’inarrestabile Robbie Williams o i Pink Floyd (45mila euro di fuochi d’artificio) con Wish you were here e Confortably numb o lo straripante Mccartney nel finale, il Live8 sarebbe suo. Suo e di Bono. Loro e dello spirito che da oggi ha cambiato il rock.

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