Che prova per Eyvazov: i suoi predecessori furono Corelli e Del Monaco

Il ruolo di Andrea Chénier è stato il punto d’arrivo deigranditenoridel’900.Lo aspettiamoalvarco

Arsène Houssaye, critico romantico francese, additò per primo André Chénier (1762-94) come incarnazione moderna di un poeta «greco» e «pagano», cantore di un panteismo «raggiante amore per l’antichità», le cui immagini sembravano «staccate da un affresco di Pompei». La figura storica del poeta che «alzava gli occhi al cielo solo per vedere l’Olimpo», ghigliottinato nell’ultimo furore del Terrore (il 25 luglio 1794) due giorni prima della caduta di Robespierre, affascinò l’estro del librettista Luigi Illica, e con lui quello del compositore Umberto Giordano. Quando scrissero il loro capolavoro intitolato al poeta-rivoluzionario nel 1896, il Regno d’Italia attraversava un momento storico turbolento, flagellato da grandi tensioni sociali, represse nel sangue dal secondo governo di Francesco Crispi. Il circostanziato quadro storico e la raffinatezza letteraria di Illica (che tradusse nel testo versi autentici di Chénier filtrandoli attraverso il Carducci repubblicano del Ça ira) determinarono, assieme alla vitalità della musica, l’ininterrotto favore del pubblico. E soprattutto la parte di Chénier divenne un punto di arrivo per alcuni dei massimi tenori del secolo Ventesimo.

Basta scorrere l’elenco delle rappresentazioni dell’opera alla Scala, dove dal 1896 al 1985 Chénier è tornato ventitré volte (per un totale di 134 recite), per leggere i nomi di alcuni interpreti indiscutibili. A partire dal primo Chénier, il forte tenore romagnolo Giuseppe Borgatti, destinato a diventare l’apostolo del canto wagneriano in Italia. Negli anni Venti (dal ’25 al ’28), fu la volta di Aureliano Pertile, il gran tenore prediletto da Toscanini, che però lasciò la cura dello Chénier ai suoi migliori sostituti (Vittorio Gui, Ettore Panizza, Ferruccio Calusio). Durante una recita per i trent’anni di Chénier, nel ’26, alla chiusa dell’Improvviso si vide scattare in piedi un signore aitante con gli occhiali neri che scandiva, «bravo, bravissimo». Le sue parole superarono il frastuono degli applausi. Il pubblico riconobbe in quel vigoroso cieco, Borgatti, il primo che aveva dato voce e vita al poeta della rivoluzione francese e che salutava ora il suo splendido successore.

Negli anni prima e dopo la guerra vestiranno i panni di Chénier altri tenori leggendari: dopo lo stentoreo fraseggiatore francese Georges Thill, venne sua Eminenza il Canto, Beniamino Gigli (nel ’32, ’37 e ’47), e nelle celebri riprese dirette da Victor de Sabata (’49 e ’51) ci fu la piena affermazione del canto eroico e teso di Mario del Monaco. Questi nel ’60 divise le recite con il suo «rivale», Franco Corelli, a testimonianza della reciproca stima fra numero uno del tempo. Entrambi univano al vigore e alla resistenza pur nella diversa qualità vocale, il fascino di una figura scenica accostata ai divi del cinema. Poi ci furono venticinque anni di esilio, dovuti alle leggi speciali calate su chiunque avesse vissuto o operato prima della guerra, fino a quando José Carreras, all’apice della sua forma, riprese la parte nel 1982 e nel’85, cogliendo un successo personale non dimenticato.

Dalla fine di quella cattività è passato un altro trentennio senza che il capolavoro di Giordano fosse ripreso alla Scala – nonostante nel frattempo la congiura del silenzio verso Giordano e il melodramma italiano definito «verista» fosse se non cessata del tutto, decisamente tramontata. Un simile vuoto per un’opera tanto amata (e nel contempo incisa ed eseguita ovunque in tutto il mondo) ha ragion d’essere anche nella difficoltà di trovare l’interprete adatto: un artista completo sia dal punto di vista vocale che scenico, maturo per affrontare la temibile ribalta e il loggione scaligeri. Desta quindi non poca sorpresa che quest’anno alla Scala per una serata di tanti palpiti come la «prima» inaugurale della stagione, la scelta sia caduta sul tenore azero Yusif Eyvazov, sulle cui qualità si attende il temuto riscontro scaligero. Timore anche perché molti ritengono che la prima della Scala non sia luogo di debutti, ma di consacrazioni e che ci sia in giro un fuoriclasse che poteva figurare splendidamente in locandina accanto ad Anna Netrebko, che fuoriclasse è. Comunque, rimaniamo dell’opinione che chiedere una prova tanto ardua a un pur bravo giovanotto è quasi inumano.