Che spettacolo il Domingo dei «Due Foscari»

Il fatto che il co-protagonista dei Due Foscari di Giuseppe Verdi, il doge Francesco Foscari, mostrasse i segni del dogato: la mantiglia d'ermellino, la veste in broccato e il corno dogale, è quasi un piccolo evento. Quando si è presentato sul palcoscenico della Scala il doge Foscari, che era il beniamino scaligero Plàcido Domingo, il nuovo allestimento concepito da Alvis Hermanis (regie e scene) e Kristine Jurjane (costumi) aveva già rivelato la sua cifra sobria, stilizzata e scarna. Pochissimi elementi scenici (il seggio ducale, il letto a baldacchino, un mappamondo e la sfera armillare). Cambi scenici agili, garantiti da quinte mobili, su cui scorrevano stampe di Venezia e scendevano pannelli alludenti al mito dei Foscari, celebrato nell'età di Verdi dal gran pittore veneziano - impiantato a Milano, Francesco Hayez. Registi che oggi vanno per la maggiore avrebbero volentieri lardellato la cupa vicenda del doge/padre, costretto ad esiliare il figlio, procurandone la morte di crepacuore, con drammaturgie d'accatto. Non Hermanis, al quale va dato atto, se non di grande fantasia, di un indubbio atteggiamento d'umiltà davanti alle ragioni del testo e dello spettacolo operistico. Lo stesso si può dire del direttore d'orchestra Michele Mariotti, che non ha sentito il peso di affrontare la «misura» Scala. Non ha voluto nemmeno sprecar tempo (in un'opera di magistrale e proverbiale concisione) con inutili affettazioni, né semplificando la cura dei coloriti, né sbracando con dinamiche fragorose.Quando cantava Domingo, Mariotti lo ha seguito con il rispetto dovuto a quanto questo immenso artista ha dato (anche se sulle attuali condizioni è meglio sollevare un velo misericordioso). Dal Domingo attore poteva trar partito il tenore Francesco Meli, che interpretava lo sciagurato figlio Jacopo. Vocalmente sempre molto efficiente, ha confermato l'impressione di interpretare sempre lo stesso personaggio, quello del tenore che sa di avere una bella voce.Ragioni torbide hanno portato una parte del loggione prima allo zittìo preventivo e poi alla contestazione finale di Anna Pirozzi (Lucrezia Contarini, moglie indomita di Foscari junior), che nella serata scaligera ha immeritatamente assunto anche la parte del capro espiatorio. Applausi convinti per gli altri. Noi aggiungiamo quelli per il coro di Bruno Casoni che rappresentava il Maggior Consiglio veneziano, impressionante rappresentazione verdiana della spietata ipocrisia della politica: e poi si dice che l'opera non parli di cose attuali...