"Il cinema è come la vita. Vince chi rischia di più"

Paul Haggis è l'unico sceneggiatore di Hollywood ad aver vinto due Oscar: sa bene come si costruisce una storia. Con racconti paralleli, e un po' di cinismo...

Paul Haggis ha vinto due Oscar come sceneggiatore

da Ischia

«Ok, dopo prendiamo un drink: però aspettami fuori», dice Paul Haggis al figlio adolescente James, che fa l'attore e mal digerisce di dover condividere il padre con i tanti ragazzi della Master Class ischitana, felici d'avere a disposizione un'icona come lui. Il regista di Crash. Contatto fisico (2004) è infatti il primo e, fin qui, unico sceneggiatore che ha scritto due film premi Oscar - Million Dollar Baby, diretto da Clint Eastwood e, appunto, Crash, da lui diretto con polso fermo, nonostante fosse al debutto registico. Presenza fissa al Global Fest di Ischia, tra uscite in barca e qualche flirt, l'autore canadese (è nato nell'Ontario 13 anni dopo Chuck Norris, star della serie tv Walker Texas Ranger da lui sceneggiata) cova molti progetti. A ottobre vedremo il suo nuovo film Third Person, drammatica storia d'amore, passione e tradimenti, giocata su strati paralleli, proprio come Crash: tre coppie, che apparentemente non hanno nulla in comune, tra amanti, tradimenti, figli persi e ritrovati. Inoltre, incombe un serial dark per la rete televisiva Hbo... Insomma, la carne al fuoco è tanta per quest'anticonformista che ha abbandonato Scientology, potente setta per hollywooditi, non essendo d'accordo col matrimonio tra omosessuali, accettato invece dai seguaci di Ron Hubbard. Quattro figli da due donne, Haggis ha dovuto vendere la sua casa romana a Trastevere per sostenere gli obblighi del divorzio.

Stava “trattando” una pausa d'intimità familiare con suo figlio: sembra un padre molto paziente...
«Cerco di essere un buon esempio per lui. James, ragazzo molto sensibile, gioca a carte e quando perde s'arrabbia moltissimo. Ho cominciato a giocare a carte con lui e, quando perdevo, gli mostravo sempre una calma serafica. Nella vita è così: si vince, si perde. Poi tutto continua come prima. Il risultato è che, adesso, anche lui non s'infuria più di tanto. In ogni caso, non sono un papà-amico: sono un padre, né troppo rigido, né troppo concessivo».

Come Scorsese e Soderbergh, anche lei si consegna alla Hbo: dunque è vero che il miglior cinema, adesso, è la tv?
«Senz'altro. Il fatto è che la lunga serialità, permessa dal mezzo televisivo, fa sì che tu possa sviluppare bene i personaggi, seguendone le trasformazioni, esplorandoli nei dettagli. Anche i cineasti indipendenti fanno grandi film, ma qui parliamo di un altro livello. E, soprattutto, di budget differenti. Nella tv oggi puoi combinare estetica e contenuti».

Può anticiparci il tema della sua serie?
«Ci sto ancora lavorando e, da Natale, non sa quanti progetti, quanti fogli di carta ho dovuto buttare nel cestino. È che arrivano certe giornate negative... Però si tratterà d'una storia dark, con risvolti positivi finali. E sempre storie parallele: mi piace pensare che la gente si incroci, senza conoscersi, ma poi scopra d'avere fili rossi comuni».

Crash le ha dato molte soddisfazioni, ma anche un infarto durante le riprese. Né ha pensato di farsi sostituire: era così importante, per lei?
«Vitale, direi. E, infatti, ho avuto ragione a non mollare».

Amante dell'Italia, ha girato a Cinecittà il suo Third Person. Che cosa pensa di questo Paese?
«È il migliore del mondo! Certo, nel mio film il personaggio italiano, piuttosto caricaturale, come nei cartoni animati, appare negativo, ma perché è visto dalla prospettiva di un americano, che odia l'Italia: spero che il pubblico non si arrabbi. Purtroppo, spesso si confonde l'opinione del regista con il comportamento dei suoi personaggi. Ho guardato molto a Blow Up di Antonioni, ma tenendo il punto della narrativa multipla».

Nei suoi film, la condizione umana è centrale e non sembra così idilliaca: da dove le viene questo cinismo?
«Eppure io cerco di proteggere i miei personaggi. No, nei miei film vince chi rischia di più. Basti vedere il finale di Million Dollar Baby. Poi m'interessa la questione dell'impossibilità di perdonare se stessi: celebrare la vita mi piace, ma bisogna correre dei rischi».