Coez, il talento di saper scrivere bene

Il cantautore pubblica «È sempre bello»: «L'odio non è in giro, è sui social»

Dopotutto Coez ha un dono fondamentale: sa scrivere bei testi, e ormai non è così scontato. Dopo dieci anni di carriera e il boom del brano La musica non c'è (oltre 80 milioni di clic solo su YouTube), oggi esce il suo quinto disco È sempre bello, annunciato da una misteriosa serie di scritte sui muri e sui mezzi pubblici di Roma e Milano che poi si sono rivelate essere versi delle canzoni.

Per capirci subito, questo disco è una delle migliori dimostrazioni della canzone d'autore 2.0.a che mescola la lezione degli artisti storici con quella del rap (lui era nei ruvidi Brokenspears di Roma). «Vengo dal rap duro e cattivo e in questi anni ho cambiato spesso linguaggio, non credo di aver conservato tanto del mio pubblico iniziale», spiega negli uffici della Carosello Records, ricordando una gavetta fatta di lavori per mantenersi, prima come fonico e microfonista tv poi addirittura come «roadie» ai concerti. «Oggi penso di essere un cantautore anche perché credo che i cantautori storici avessero avuto le nostre possibilità tecnologiche avrebbero sperimentato nuovi suoni. Io comunque il rap continuo a usarlo e i miei punti di riferimento sono artisti come Jovanotti o Caparezza o i grandi brani rap come Quelli che benpensano di Frankie Hi-Nrg e Stavo pensando a te di Fibra. Non tutti i pezzi rap sono vere canzoni, ma quelli sono capolavori». Ma al di là delle musiche quasi tutte composte da Niccolò Contessa, il vero x factor di Silvano Albanese in arte Coez, 35 anni, cresciuto a pane Vasco e Battisti, è la scrittura. Già in La musica non c'è ci sono versi come «e scusa se non parlo abbastanza ma ho una scuola di danza nello stomaco» che farebbero la differenza in qualsiasi brano.

E anche nei brani di È sempre bello, che alterna ballate ipnotiche all'hip hop più garbato e a citazioni musicali e testuali degli anni Ottanta, il punto di forza è l'intuizione nell'accostare immagini e parole. Ad esempio nell'introspettiva Fuori di me oppure nel gioiellino Domenica. «Prima di scrivere, io vivo periodi spugna nei quali assorbo ispirazione».

In Catene si capisce da che punto guarda la realtà: «Mi colpisce tutto quest'odio, giuro che non vi fa bene» ed è chiaro il riferimento all'aggressività dei social. «Quando giro per strada tutto quest'odio non lo sento perciò credo che al 90 per cento arrivi dai social», spiega lui, che si conferma distante dalla media di chi vive a base di featuring e Instagram stories: «I primi non mi piacciono tanto e di stories ne faccio poche». Capito il tipo?