L'era Lissner si chiude (male) Ora ripartiamo

Riflettendo su quanto ascoltato e visto la sera di Sant'Ambrogio in occasione di Traviata ci è tornato in mente uno splendido Decalogo per registi d'opera, scritto da Mario Bortolotto, insigne studioso che non ha certo bisogno di presentazioni e critico non sospettabile di prevenzione verso il cosiddetto «teatro di regia». Da tempi immemorabili, sottolineava Bortolotto, il teatro musicale è gremito di soluzioni sgradevoli o arbitrarie, perfino «un movimento improprio ostacola la percezione stessa del ritmo, perseguito invano, magari da un direttore d'orchestra dei più agguerriti». Nel caso di questa Traviata, a prescindere dalla delusione per la fiacchezza di molti «tempi» staccati dal maestro Gatti, è apparsa evidente la distanza fra la regia e la direzione musicale, che non si legavano fra di loro come l'olio e l'aceto. Mentre Gatti puntava sulla «nobiltà» del dettato musicale, Tcherniakov infarciva il racconto di pretesi inserimenti «stranianti», di elementi sbarazzini e ridanciani. Ad esempio, il giovane mimo tarantolato che ritma l'orgasmo della cadenza nella festa da Violetta come fosse «schizzato», e certi particolari culinari a cui si sottopone Alfredo, come il tirar la pasta e fare il minestrone, i quali, «gabellati come intuizioni d'un significato occulto, fino ad ora sfuggito a tutti», divengono «balordi, o involontariamente umoristici». Altri particolari rimangono nel mistero: perché Alfredo, tornato da Violetta malata, non la tocca nemmeno? Naturalmente davanti ai fischi e alla contestazione finale, chi dissente viene etichettato come un povero ignorante, incapace di capire la genialità della soluzione. Siamo confusi su chi ignora. Il Sovrintendente Lissner in queste occasioni non manca reprimende galliche all'indirizzo degli italioti, definendo i dissidenti, «talebani» della tradizione. Questi impedirebbero, secondo l'uscente Sovrintendete, l'aggiornamento imprescindibile dell'opera, senza il quale non ci sarà più melodramma. Chi scrive pensa che questo sia un falso scopo, uno specchietto per le allodole. Spostando sempre l'interesse sulla regia - come conditio sine qua non ineluttabile - si glissa sulle eventuali deficienze del versante musicale. Questa povera peccatrice (come Verdi chiamava la Traviata) reca la firma in calce della gestione Lissner, è il suo Schwanengesang. Si sa che dopo il «canto», Lissner porterà il suo fardello culturale ed estetico all'Opéra di Parigi, dove il pubblico transalpino avrà piena rivelazione della genialità messa in discussione oltr'alpe. Siamo sicuri che il nuovo Sovrintendente, Alexander Pereira, che tutte queste cose conosce perfettamente, non avrà bisogno di giustificare le proprie scelte. Cambiare Verdi è rischioso (quando non supponente). «Lui (Verdi), ne sapeva più di me, e di molti di noi», ci ha scritto un dotto verdiano, «in fatto di agricoltura, di imprenditoria, di investimento di capitali, di stile epistolare e anche, perché no, di musica».