Il commissario De Vincenzi rispunta dalla nebbia milanese

Torna in azione "il poeta del crimine" creato da Augusto De Angelis. Qui un estratto dal libro di Luca Corvi, che rivive il commissario De Vincenzi

Il commissario Carlo De Vincenzi aveva scoperto cos'era la scighera la prima sera che era arrivato a Milano in treno. Uscito dalla Stazione Centrale si era trovato avvolto in un nebbione folto e impenetrabile, estremamente denso. A malapena i lampioni di piazza Duca D'Aosta fendevano quella sorta di enorme bambagia fluorescente che i milanesi chiamavano scighera. Era una nebbia diversa da quella che emergeva fra i monti della Val d'Ossola nei quali era cresciuto. La scighera sembrava impossibile da dissolvere. In città sostenevano che nemmeno un coltello la potesse tagliare. Una sorta di coperta umida e plumbea che nascondeva le vie, i tram, le persone. Dietro il fitto muro grigio che cancellava ogni cosa e impediva di vedere persino le proprie scarpe sul selciato, De Vincenzi aveva capito subito che si celava il vero carattere di Milano e dei suoi abitanti. Dietro la scighera si nascondevano i grandi misteri del capoluogo lombardo. E quella sera da piazza della Scala non si distinguevano nemmeno le lampade ad arco della Galleria. I pochi passanti che osavano affrontare quel percorso avvertivano decine e decine di aghi sulla faccia e avevano le dita intirizzite. Piazza San Fedele pareva il luogo dove andava raccogliendosi tutta quella nebbia. Un lago bituminoso di bruma dentro cui le lampade ad arco aprivano rari aloni rossastri. Alzando lo sguardo dalla sua scrivania De Vincenzi notò che la finestra dell'ufficio era assediata dal vapore. L'aveva studiato per giorni quello strano fenomeno che rendeva Milano in qualche modo unica. E in una delle tante notti passate sveglio in questura in piazza San Fedele aveva letto una breve composizione sull'inverno davvero illuminante: «Sta scighera, color ragnera, la ven su da la risera, la imbottiss Milan, la se cascia in di strad, in bocca, in di oeucc, in del nas, in di saccocc, la scond i ciar, la smorza i ôr, la tacca el fèr, la smangia el sass, la ferma come on mur i carr, i bèsti, la gent e i lader so parent».

Quello scritto in dialetto di Emilio De Marchi mostrava lo spirito di una città che giganteggiava perché aveva la Scala, il Sempione, il Duomo, la Galleria ma anche: «I tram, la lûs elèttrica, l'ospedaa... I forestee che vègnen de lontan, veduu Milan, conten cent meravili di noster micchett, del noster paneton e della confusion che se moeuv per i strad e della gent rotonda e lustra che va attorna». Della scighera, delle michette, del panettone, dei Navigli, della fretta e della confusione e dei tram che affollavano Milano in quei tempi De Vincenzi si era innamorato subito. Lui che si affidava poco ai rilievi dei colleghi della Scientifica e che teneva in gran conto gli indizi psicologici insieme ai caratteri morali del delitto. Il suo assioma era: «Il delitto è una derivazione della personalità». E si affidava anzitutto all'onda psichica. Poi entrava in gioco l'ambiente e l'influenza che esso esercitava sull'assassino e sulle sue azioni. Così per prima cosa, De Vincenzi cercava di assorbire l'ambiente. E la scighera era l'ambiente di Milano. Il sapore, il pensiero, l'umore della città.