"Coniglio" perde il pelo ma non il vizio di vivere

L'antieroe di John Updike è il curatore fallimentare della propria esistenza. Altro che sogno americano

Se dovessimo trovare un centro filosofico comune della letteratura americana dell'ultimo mezzo secolo, sarebbe senz'altro l'impatto dell'entropia con la società capitalistica. Ossia il contrasto tra un mondo di consumi e felicità promessa con la seconda legge della termodinamica, la tendenza naturale di ogni cosa verso il caos, la presa di coscienza della caduta di ogni credibilità metafisica al cospetto di una modernità che promette tutto tranne una cosa: la fine del decadimento, la salvezza dalla morte. Unica speranza di vita eterna la scienza: ma chissà quando.

E così dal minimalismo tragico di Raymond Carver al rumore bianco di Don DeLillo, dall'everyman di Philip Roth (e tutti gli Zuckerman) al Frank Bascombe della trilogia di Richard Ford (ultimo volume dal titolo emblematico: Lo stato delle cose), la visione è sempre quella di un individuo schiacciato dalla quotidianità e dal lento deteriorarsi del fisico e di ogni idea di felicità possibile. A far da contrappeso al sogno americano c'è un incubo: non essere eterni, spesso prendendosela con la società o con la politica, mentre c'entra solo il fatto che in una democrazia moderna, nata con l'Illuminismo, non c'è speranza a lungo andare, solo una lunga serie di delusioni.

E a proposito torna nelle librerie in questi giorni da Einaudi l'ultimo volume della tetralogia di John Updike (1932-2009), Riposa, Coniglio (uscito in italiano per la prima volta nel 1992), con protagonista Harry Angstrom, chiamato appunto Coniglio, un altro everyman della middleclass americana. Ha ragione Joyce Carol Oates quando scrive che «con l'esattezza della sua prosa e uno sguardo freddo ma attentissimo, John Updike è un maestro, come Flaubert, nell'incantarci con le parole mentre il suo bisturi espone la vanità dell'esistenza».

Trasferitosi in Florida con la moglie Janice, Harry Angstrom vive la fine della propria vita vivisezionandone gli indizi disseminati ovunque: non c'è niente che non sia un presagio di morte. Seduto in macchina vicino a Janice, osserva come sua moglie sia ingrassata, «sta assumendo la corporatura a botte tipica delle donne arrivate al culmine dell'età, quando le gambe si fanno ossute e la pelle delle braccia prende a penzolare come pollo lesso che si stacca dall'osso». Harry stesso è avvolto nel grasso come uno dei prigioni di Michelangelo, e «avverte con un forte senso di rimorso la massa corporea - intorno ai centodieci chili, dicono le bilance più cortesi - che all'età di cinquantacinque anni lo avviluppa come una serie di strati accumulatosi uno a uno nei decenni», e sente «la fatica di portarsi attorno tutto quel corpo». Anche l'allegra visita del figlio con la nuora e i nipotini apre squarci di inquietudini, di insofferenze, di disagio esistenziale. Solo che mentre l'esistenzialismo di un Camus o di un Sartre erano in fondo anti-narrativi e filosofici (ne fa veramente una immensa tragedia romantico-romanzesca solo Proust), qui è solo una nuda e cruda analisi della realtà quotidiana, un'analisi che deforma la realtà perché è la realtà stessa a deformarsi sotto l'implacabile incedere del tempo. Un'anziana intralcia le persone con un bastone su cui si regge malferma, e «c'è da chiedersi se non abbiano esagerato con gli aiuti agli storpi».

Perfino sul figlio ci sono già i segni del decadimento, dell'entropia che dilania i corpi e il bisturi di Updike viviseziona l'orrore dei corpi: «le sue tempie, sempre più vaste, presentano, in mezzo, un triangolo trasparente di capelli sopravvissuti, che nel giro di breve tempo diventerà una chiazza; sulla nuca, quando si volta a baciare la madre, mostra una striscia di cute che va espandendosi». La nuora, Pru (con la quale Coniglio ebbe una relazione) ha una faccia che sembra «una maschera appiattita». Ogni minimo atto rimanda alla tragedia esistenziale di invecchiare, perfino lanciare un mazzo di chiavi alla moglie, sperando che le prenda al volo (ma anche qui vince l'entropia) e «la minima fatica di cercare le chiavi e di lanciarle è stata sufficiente per stancarlo, come se il braccio sollevato fosse una spugna impregnata d'acqua». Più si invecchia, più i corpi diventano pesanti, oggetti da portarsi addosso.

Non c'è neppure il sesso: la vagina, anche di una bella ragazza, ha «una mesta piccola anatomia da ostrica». La pensione è il confino dei vivi non più vivi, dei matrimoni dove impera la solitudine in due, perché «quando si va in pensione, ci si abbandona a una sorta di routine, e gli altri, anche i cosiddetti cari, diventano una seccatura». Le famiglie della tv sono uguali alla propria, tranne per il fatto che non esiste vero dramma, «non vanno mai a impantanarsi nel nulla, in uno stato in cui non succede niente». Perfino orinare è diventato difficile, per via della prostata (di cui sono ammalati anche certi protagonisti di Ford e Roth), ma il vero problema è il cuore, che non regge più (come quello dell'everyman di Roth). Sebbene la mente vorrebbe ancora giocare a basket con dei ragazzini, salvo accasciarsi al suolo per un infarto. Un medico cerca di salvarlo, lo stesso medico da tanti anni, invecchiato anche lui: «così da vicino esala un odore triste, di cuoio ammuffito, da vecchio». La morte, alla fine, è una liberazione quasi desiderabile. Siamo polvere di stelle, vero, suona bene ma è una fregatura.

D'altra parte gli Stati Uniti sono gli eredi del grande romanzo ottocentesco, e le illusioni erano perdute già con Balzac, e ancor prima, volendo, con il primo romanzo in assoluto, il Don Chisciotte di Cervantes, perché i mulini a vento non erano giganti incantati, erano solo mulini. La magia resta per chi ha ancora l'entusiasmo, l'ingenuità o la giovinezza, per l'immaginazione.