Il controritratto di Lucio DallaQuelle stoccate agli intoccabili

L'altro Lucio: ironico e tagliente, se la prese (con garbo) anche con Gianni Agnelli e McCartney

E perdiamoci, evviva, nelle parole belle: se le meritava e mai un lutto è stato così coram populo, un battito sintonico che da Twitter a Porta a Porta ha scandito la giornata del Lucio Dalla santo subito. Ma lui, sempre così pungente, sorriderebbe a vedersi santificato seduta stante. Ma come, io?, siete sicuri? L’altro Lucio, quel Dalla che è stata la spina dorsale dell’artista, era irriverente e scanzonato, forte con i forti e umano con tutti gli altri, ironico fino al cinismo. E al potente di turno, Craxi o De Mita o Berlinguer o chiunque altro preferiva, virtù rarissima, la gente al bar. Sempre sorridendo. A Roma caricò in macchina uno sconosciuto autostoppista con la chitarra, ascoltò le sue canzoni e lo accompagnò dal manager Micocci. Era Rino Gaetano. Per dire, Dalla ha cantato nei dischi di Stadio, Ron e Carboni presentandosi come un qualsiasi Domenico Sputo, pseudonimo goliardico poi svelato nell’album Luna Matana. E la sua barca, adesso ormeggiata senza futuro a Tremiti? La barca si chiama Catarro, quasi un dispetto alla sacralità delle onde. Rispettando tutti, prendeva gioco innanzitutto di sé. Così poteva permettersi di farlo con gli altri. Dividendo le opinioni, univa le persone. Era un cantante con lo studio di registrazione sulla barca. E una sala da cinema in casa. I due Dalla. Vince l’altro, aguzzo e insuperato. Ma tutti amiamo il nostro Lucio, quello che vogliamo, piegandolo a piacere brano dopo brano, decennio dopo decennio. Un artista a geometria variabile. Illuminista, si direbbe, e qualche volta lo ha ammesso anche lui che a sedici anni suonava con Chet Baker (bolognese di passaggio) e giusto pochi mesi fa ha ferocemente impacchettato il concerto di Paul McCartney come simile a «una sagra di Ostia». Oppure (anche) un giullare anticasta, per dirla con parole attuali. Nell’album Automobili del 1976, l’ultimo con Roberto Roversi, s’inventa l’Intervista con l’Avvocato, che era l’amato e odiato Gianni Agnelli, al quale gli artisti in pubblico baciavano la pantofola. Ma del quale dicevano il peggio. In privato. Bene, da quel brano (nel quale Dalla usa lo scat, una forma di canto con fonemi senza senso dal suono accattivante) sua maestà l’Avvocato esce distrutto e buonanotte ai suonatori. In fondo era maniacale, Lucio Dalla, nella costruzione dei brani, dettaglio dopo dettaglio. E umile nella scelta. Come spiegava ieri Mario Lavezzi, gli autori di canzoni non sempre azzeccano il brano giusto. E quando non lo azzeccava, Dalla non aveva problemi ad accettare proposte esterne, altro che fondamentalismo da cantautori talebani. Attenti al lupo, per esempio: è di Ron, un suo pupillo. Dopotutto, parlando di Benvenuto Cellini, Dalla gli ha dato la definizione più centrata: «era punk, era come Johnny Rotten dei Sex Pistols». Ecco, forse anche Dalla era punk. L’altro Dalla, almeno, quello che si scambiava telefonate a notte fonda con l’amicissimo Pupi Avati, «Pupino» e «Lucino», tanto che la moglie del regista scherzando si insospettiva. E forse è stato punk proprio svicolando sempre dal successo. Appena lo toccava con mano, scartava subito. E via daccapo. Era il miglior jazzista del bigoncio e decise di fare il clarinettista con Edoardo Vianello. Con 4 marzo 1943 fece il botto a Sanremo ma subito dopo lavorò con Roversi, quello sì un inevitabile successo di critica. Appena baciato dall’intellighenzia, via subito a cantar Com’è profondo il mare beccandosi proprio l’anatema di Roversi: «Canta il niente. Sono scelte industriali, non sono scelte culturali». Disperato erotico stomp. L’altro Dalla ha sempre messo in imbarazzo chi venerava il Dalla accademico, quello che doveva essere così altrimenti sai che ostracismo cultural politico. Ma a furia di cambiare, di allargarsi da Gil Evans fino al Caruso melodrammatico (che cantò su consiglio di Baudo) alla fine, in una mattina di marzo in riva al lago di Montreux, Dalla ha combinato i suoi opposti estremismi, diventando finalmente unico e amato da tutti, così tanto che forse anche lui, accorgendosene, scherzerebbe sull’effetto che fa sentirsi già santi dopo esser stati creduti peccatori.
Commenti

LLLLL

Sab, 03/03/2012 - 10:36

(3 parte)Non si può essere tutto in un corpo solo ma si può credere di esserlo, la scrittura serve anche a questo e se vuotiamo la nostra sportina di sogni dentro la stanza da dove proviene la musica, allora si, diventa tutto più facile. Un piccolo spostamento del viso allungando un po’ il collo per capire chi si cela dietro quella nuca di la dall’altro lato della sponda, una posata cade per terra, ma l’imbarazzo non cede alla curiosità che si può nascondere in quanto non c’è un incrocio di sguardi. Tanto il locale è molto grade , il baccano impreca silenzio e il silenzio impreca baccano. Tempo dammi tempo……….. e si……. Ma il tempo non fa parte del destino, ma del rilascio di forme direzionali che attaccano sentenziose nonostante il continuo tentativo patetico di ricrearsi ancora una volta il proprio destino. Che sia proprio questo il volto che mi allontanerà da chi mi è vicino?

LLLLL

Sab, 03/03/2012 - 10:38

(4parte)Ma il tempo non fa parte del destino, ma del rilascio di forme direzionali che attaccano sentenziose nonostante il continuo tentativo patetico di ricrearsi ancora una volta il proprio destino. Che sia proprio questo il volto che mi allontanerà da chi mi è vicino? La luna sta dormendo e la distrazione è rabbia , avrò qualcosa di altro da scrivere domani forse prima di tornare in città, ma prima devo cambiare disegno, ma non eravamo in un locale affollato ? Tanto prima o poi ci vediamo cucciolo di mare. Per Lucio Filippo