Corridoni e De Ambris Sovversivi non comunisti nell'Italietta borghese

Il primo morì in guerra nel '15. Il secondo, dopo la Fiume dannunziana, ne scrisse la biografia

È fascinoso un libro su un rivoluzionario raccontato da un rivoluzionario. Quando partì volontario per il fronte, a ventotto anni, Filippo Corridoni era una delle più celebri e discusse figure della politica italiana. Figlio di un operaio, a vent'anni si avvicinò al sindacalismo rivoluzionario con il giornale Rompete le righe; arrestato più volte, ammaliava le folle anche con la sua oratoria e il suo bell'aspetto, benché fosse malato di tisi. Il proiettile austriaco che lo colpì in fronte, il 22 ottobre 1915, lo portò subito nel pantheon degli eroi della guerra italiana. Era nato in un paese marchigiano che nel 1931 il regime fascista ribattezzò Corridonia, e che così continua a chiamarsi.

Tra i primi a creare il suo mito fu il toscano Alceste De Ambris, vecchio compagno di lotta che Filippo, in una lettera scritta poco prima di morire, aveva definito suo maestro e fratello. De Ambris non aveva la presenza scenica dell'amico, ma oltre che un teorico era un abile organizzatore: come segretario della Camera del Lavoro di Parma era riuscito a realizzare il primo grande sciopero agrario in Italia, e aveva contribuito a fondare importanti coalizioni sindacali. Già prima della Grande Guerra, i due rappresentavano un sindacalismo che credeva nel potere delle masse e nella necessità di rovesciare un sistema ritenuto corrotto e decadente. Credevano che si dovesse preparare la Rivoluzione con i fatti, e che il sindacato potesse divenire uno strumento di organizzazione per l'intera società.

Nel 1915 e i due pensarono che la guerra avrebbe instillato nelle masse una nuova coscienza nazionale e sociale. Sì, la guerra era un dovere nazionale e rivoluzionario, scrive De Ambris, spiegando la scelta condivisa con l'amico: Sì, dovevamo volerla e farla. Sì arruolò anche lui, benché avesse superato i quaranta anni e dopo essere stato costretto a rifugiarsi in Brasile e in Svizzera da due anni fosse deputato del Partito Socialista Italiano. Dopo la fine del conflitto, nel marzo 1919, collaborò alla stesura del manifesto dei Fasci di Combattimento, per le sue venature antiborghesi, anticlericali, futuriste, democratiche, sindacaliste, repubblicane; il gruppo di Mussolini, tuttavia, era ancora troppo minoritario per servire al suo scopo, e De Ambris imboccò un'altra via per la rivoluzione: a Fiume, con Gabriele d'Annunzio.

Il Poeta Soldato aveva dimostrato da tempo di essere un autentico rivoluzionario, non soltanto nella sua arte innovativa e nella sua vita inimitabile. Durante la guerra aveva mobilitato le piazze e combattuto valorosamente, creando una religione del sacrificio e dell'eroismo. Nel settembre 1919 si pose a capo di una colonna di legionari e occupò la città, senza sparare un colpo, per rivendicarne il diritto a unirsi all'Italia. Lo raggiunsero migliaia di visionari, adolescenti, artisti, scrittori e ribelli, uniti dalla speranza che il Vate potesse fondare quella società nuova che la guerra non era riuscita a produrre. L'occupazione, durata sedici mesi, fu scandita da manifestazioni dove la memoria della guerra si fondeva con feste gioiose, la libertà individuale con l'impegno politico. Mezzo secolo prima del Sessantotto, d'Annunzio inventò una politica fondata sull'immaginazione, sulla libertà artistica e sessuale, e sulla partecipazione collettiva.

De Ambris venne chiamato dal Comandante come suo capo di gabinetto. Si scambiarono opinioni, idee, visioni, pensando a una costituzione che riassumesse le istanze del sindacalismo rivoluzionario e le raffinatezze della sconfinata cultura dannunziana. Dall'esperienza di De Ambris e dalla penna di d'Annunzio nacque la Carta del Carnaro, capolavoro giuridico e letterario la cui modernità supera molti statuti democratici. Concedeva il suffragio universale femminile, stabiliva un sistema di rappresentanza diretta e il decentramento amministrativo, rendeva inalienabili il diritto al lavoro e alla proprietà, tutelava le minoranze etniche e introduceva il divorzio. Inoltre la Reggenza italiana del Carnaro sosteneva i diritti di tutti i popoli sottomessi dagli imperi coloniali e dal trust degli Stati ricchi.

D'Annunzio e De Ambris sognavano di trasformare quella costituzione nel manifesto di una rivoluzione italiana. Quando l'Impresa terminò per opera dei cannoni di Giolitti, nel Natale di Sangue del 1920, il poeta si rinchiuse al Vittoriale, in uno sdegnoso e meraviglioso ritiro che sarebbe durato sino alla morte; il sindacalista cercò di proteggere ciò che rimaneva di quell'esperienza. De Ambris si oppose apertamente all'ascesa del fascismo, ma Mussolini aveva ormai iniziato la sua marcia per il potere, dipingendola come coronamento della rivoluzione nazionale sognata dai legionari di Fiume e da combattenti come Corridoni, proclamati precursori ufficiali degli squadristi.

Nel 1922 De Ambris pubblicò la biografia di Corridoni, oggi riedita da Historica edizioni. Il volume scritto senza pretesa di una rigida e gelida obiettività - ripercorre la storia di Corridoni dall'inizio della sua rocambolesca attività di sovversivo. Nega come del resto anche Giuseppe Di Vittorio - che sarebbe mai diventato fascista, e racconta la storia della loro amicizia, insieme a quella di una generazione che voleva provocare la seconda grande rivoluzione del Novecento, senza essere comunista.

Nell'anno della Marcia su Roma, il libro rappresentò l'ultimo atto di lotta di De Ambris prima di partire per un esilio senza ritorno. La sua eredità politica, però, sarebbe sopravvissuta. Nel 1923, quando gli squadristi attaccarono Parma, furono sconfitti da una coalizione di lavoratori e reduci promossa da De Ambris e riuniti nella Legione proletaria Filippo Corridoni. Anni dopo, quando gli antifascisti in esilio si riunirono nel movimento Giustizia e Libertà, scelsero il motto Insorgere - Risorgere, le parole d'ordine della sollevazione progettata da d'Annunzio e De Ambris.

Il sindacalista visse gli ultimi anni in povertà, senza rinunciare all'attività antifascista benché Mussolini gli offrisse di tornare in Italia e prendere un posto di grande rilievo nei sindacati del regime. Morì il 9 dicembre del 1934 durante una riunione di esuli della Lega Italiana per i Diritti dell'Uomo, e soltanto trent'anni dopo la sua salma venne trasferita nel cimitero della Villetta, a Parma.

@GBGuerri