Così Lawrence Durrell trasformò la relatività in romanzi senza tempo

L'autore britannico nel suo «Quartetto di Alessandria» racconta la stessa vicenda da angolazioni diverse. Perché la verità è composita

Andrea CateriniLe case editrici dovrebbero evitare di mandare fuori catalogo i capolavori perché un editore è pur sempre qualcuno che produce libri e non televisori. Se penso, per fare appena qualche esempio tra i molti, che è assente da vent'anni l'autobiografia di Gide pubblicata da Bompiani, Se il grano non muore (Gide è un premio Nobel, per intenderci), o i Taccuini dei grandi romanzi di Dostoevskij (fu il solo Sansoni tra il '58 e il 61 a stamparli, poi più nulla), e che di uno scrittore come Malcolm Lowry al momento è rintracciabile solo Sotto il vulcano (è Feltrinelli a possedere i diritti italiani), allora il panorama si fa desolante.

Sorte simile l'ha avuta un altro gigante del Novecento, Lawrence Durrell. Se c'è uno scrittore che ha dato una struttura all'interezza della sua opera è proprio lui, in questo davvero figlio della lezione proustiana.Durrell nacque in India nel 1912 ma visse in mezzo mondo, dall'Inghilterra a Corfù, dal Cairo ad Alessandria d'Egitto, fino a Cipro e in Francia, dove morì nel 1990. Fratello di un altro scrittore, Gerarld (in Italia pubblicato da Adelphi), e sodale di Henry Miller (col quale scambia numerosissime lettere che si possono leggere si fa per dire, sono fuori catalogo in I fuorilegge della parola, pubblicato da Archinto nel 1991), Durrell divenne famoso negli anni '60 per i quattro romanzi che compongono il Quartetto di Alessandria (1957-1960), che fu il tentativo di raccontare la stessa storia da quattro punti di vista, sperimentando non solo quanto la realtà sia relativa («dalla teoria della relatività discendono tutte le forme letterarie cicliche», si legge in Balthazar), ma come il significato delle nostre esistenze non dipenda altro che dall'interpretazione di chi le osserva («Viviamo una vita che è solo una selezione di finzioni. La nostra visione della realtà è condizionata dalla posizione che occupiamo nello spazio e nel tempo . Così, ogni nostra interpretazione della realtà si basa su una posizione che è unica e individuale. Bastano due passi a destra o a sinistra, e l'intero quadro muta», ancora da Balthazar).

Altri cicli di romanzi sarebbero venuti dopo quello di «Alessandria». I due libri ambientati in Grecia, Tunc (1968) e Nunquam (1970), stampati qui da Feltrinelli e mai più ripubblicati. E poi i cinque romanzi del Quintetto di Avignone (1974-1985), praticamente inediti in Italia, se si fa eccezione per i primi due volumi, Monsier e Livia pubblicati da Il Saggiatore nel 1999 e nel 2001. Allora ci sembra una buona occasione tornare a parlare di Durrell con la scelta di Einaudi di ristampare il Quartetto di Alessandria. Il primo romanzo, Justine, è stato riproposto nel 2012. Ora è la volta di Balthazar (a cura di Giuseppe Sertoli, pagg. 266, euro 20). Durrell racconta le relazioni intricate che si instaurano in un gruppo di persone.

E sono relazioni d'amicizia e soprattutto d'amore, quest'ultime mosse dalla forza prorompente e dissipatrice del desiderio e del sesso (nella misura in cui il sesso, secondo Durrell, «è un atto psichico, non fisico», per questo rimproverava all'amico Miller di essere troppo esplicito nelle faccende sessuali), in un susseguirsi di tradimenti che se manifestano qualcosa non è che una forma di fedeltà alla vita («a cosa serve un corpo fedele quando lo spirito è per sua natura infedele?»); una vita vissuta come fosse il precipizio dal quale è impossibile fuggire o evadere così come impossibile è fuggire da se stessi.Ma i quattro romanzi del Quartetto sono allo stesso tempo una riflessione sul romanzo. Più che raccontare la storia del personaggio che dà il titolo a ciascuno dei quattro libri, più che prestare la voce a ciascuno di loro, il narratore sperimenta uno stile diverso per ogni carattere. I titoli di ciascun libro Justine, Balthazar, Mountolive (il solo che sia narrato in terza anziché in prima persona), Clea sono quindi dei modelli mentali che dettano la lingua all'immaginario.

Se infatti Justine restituisce, degli eventi, una visione tutto sommato poetica, è perché Justine, moglie di Nessim, amante del narratore ma innamorata di Purserwaden (lo scrittore forse il vero alter ego di Durrell più di quanto lo sia il narratore Darley che non le ricambia amore ma che dona a tutti i personaggi del libro, col suo distacco, un'immagine definitiva delle loro esistenze), è colei che sembrerebbe fatta di una «sostanza mitica», che «rasenta la divinità». Così come Balthazar, nome del personaggio medico e studioso di Cabala, è radicato a un'idea del reale che non può prescindere dai fatti, per questo il romanzo si presenta come il commentario di quello precedente, o una sua ritrattazione, più che filosofica o poetica, di natura stilistica, a conti fatti risultando un libro più concreto.Deleuze notava nel suo libro dedicato a Proust che la ricerca del tempo perduto andava intesa come ricerca della verità.

Durrell non è lontano da questa visione, proprio nella convinzione che la «verità è ciò che più si contraddice», come fa dire a Balthazar. Del resto, l'idea del tempo romanzesco in tutta la sua opera non è un movimento lineare tanto da farci dire che sono libri privi di qualunque azione. Si tratta invece di un tempo tutto interiore o psichico e mentale che non segue alcuna legge di consequenzialità degli avvenimenti ma nel quale si sedimentano i dolori e le gioie, i piaceri e le ferite, il bene e il male della vita che possono poi compiersi solamente nello spazio immaginario che li interpreta facendoli nuovamente vivere. Durrell ha creduto che non ci fosse vita più vera di quella che si manifesta nelle parole, nell'espressione, lì dove «la realtà può ricevere un ordine nuovo, essere rielaborata e costretta a mostrare il suo senso».