Così Pardini dà la parola ai silenzi animaleschi dei suoi uomini selvaggi

Ritraendo il mondo rurale della sua terra l'autore usa una lingua che ricorda Federigo Tozzi

Andrea Caterini

Se passassimo uno sguardo troppo rapido ai libri che fino a qui ha pubblicato, potremmo erroneamente giudicare la narrativa di Vincenzo Pardini legata a un certo naturalismo. Se infatti assimilassimo questo suo ultimo romanzo, Grande secolo d'oro e di dolore (Il Saggiatore, pagg. 356, euro 21), come un concatenarsi di fatti in un contesto familiare e storico (le famiglie dei coniugi Leonide Lusetti e Basilio Borromei che percorrono tutto il Novecento nei borghi della Garfagnana), rischieremmo di arrivare a fine lettura con in mano un ordigno ben congegnato, ma inesploso. Che i fatti e la trama abbiano un valore relativo lo prova la stessa tecnica narrativa, che si ripete di pagina in pagina. I fatti, del resto, si risolvono spesso in una asserzione che li esplicita («Sposata Magenta, Leonide cadde lungo la mulattiera»), e solo dopo vengono raccontati («Era inverno, la neve ghiacciata...»), come riavvolgendo il nastro, cercandone la causa, o la necessità stessa di farne un racconto («Leonide diceva che le storie che lei raccontava dovevano essere necessarie alla vita. Altrimenti, meglio tacere»).

Io credo che la forza di Pardini, la sua viscerale intelligenza (nel senso di visione del mondo) sia tutta nella lingua. Una lingua che, più che alla petrosità di un Verga, fa pensare al primitivismo di Federigo Tozzi; ma non il Tozzi espressionista di Con gli occhi chiusi, bensì quello radicale (nel senso di tragico) di Tre croci e Bestie. La lingua di Pardini infatti, e parrebbe un ossimoro, trae il suo maggior risultato stilistico proprio quando è capace di restituirci ciò che gli uomini non sono in grado di esprimere. I suoi personaggi (umanissimi) sono tellurici, selvaggi, abituati a comprendersi più con gli animali vacche, porci, orsi ecc. che con altri esseri umani. La presenza animale nell'intera opera di Pardini ha un valore assoluto. Non solo per la partecipazione costante che questi hanno in ogni sua storia, ma proprio per il significato che occupano (qui, per esempio, di Leonide veniamo a sapere che preferiva stare con le vacche che studiare). Gli animali non sono solamente la cornice capace di restituirci un'atmosfera, un ambiante che diremmo rurale. Sono invece una realtà oltre la lingua, lì dove la lingua, azzerandosi, concede all'uomo una possibilità di conoscenza come la visione di una terra (di una condizione) che si è perduta.

Per questo la violenza di Basilio, che picchia la moglie e che è stato abbandonato, ancora ragazzino, da suo padre (emigrato in Brasile dove si è fatto un'altra famiglia) e allevato da una zia crudele, o il mutismo funebre e la dignità di Leonide ci appaiono per niente crudeli (anche se brutali), ma assolutamente veri, reali. Basilio, che il padre invita a raggiungerlo Oltreoceano per finalmente conoscere anche i suoi fratelli, non si deciderà mai a compiere quel viaggio. Eppure la sua rinuncia non è dettata da una forma di provincialismo. In realtà Basilio, e Leonide, non parlano la nostra stessa lingua. Imparando a conoscere i silenzi e la rudezza degli animali, hanno finito per avvicinarsi troppo a loro per accettare di allontanarsene, sapendo che solo questo può custodire una ferita tanto intima da rivelare la verità della vita.

In Grande secolo d'oro e di dolore, nonostante sia questo un romanzo, ritroviamo il miglior Pardini, il quale è un maestro nella narrativa breve e si pensi ai memorabili racconti di La terza scimmia (2001), Tra uomini e lupi (2005) e Banda randagia (2010) , quello che ci ha fatto conoscere la realtà delle terre che da sempre abita con una fedeltà a se stesso che non smette di commuoverci.