Courbet, la forza della natura in una tela

Una rassegna a Ferrara celebra il suo legame con la terra, il mare e la Franca Contea

Francesca Amé

da Ferrara

Monsieur Gustave Courbet (1819-1877), campione del realismo e della provocazione (sua la celebre Origine del mondo, il quadro più erotico della storia dell'arte moderna), torna in Italia: a cinquant'anni dall'ultima mostra a lui dedicata quando l'Accademia di Francia a Roma era diretta da Balthus il rivoluzionario artista ottocentesco è protagonista di un'ampia retrospettiva che indaga il suo legame con la natura. Senza la geografia intima di Courbet, senza il suo viscerale legame con le rocce della Franca Contea, la sua regione natale, senza gli strapiombi sul mare di Normandia la storia dell'arte sarebbe stata ben diversa: a lui s'ispira Cézanne quando si dedica alle montagne, a lui pensa il giovane Monet quando intuisce che le marine, con il baluginare della luce, possono cambiare il modo di porre la tempera sulla tela. Il suo realismo colpisce, quasi un secolo dopo, anche l'Italia di Guttuso e Moravia, i suoi panorami toccano Carrà, Morandi e Giorgio De Chirico e spetta a Palazzo dei Diamanti di Ferrara il merito di aprire con Courbet e la Natura (fino al 6 gennaio) le celebrazioni per il bicentenario della nascita dell'artista, classe 1819.

Courbet gioca d'anticipo rispetto alla rivoluzione impressionista e, fin da giovanissimo, ha un modo originale di intendere il mestiere: è un ottimo self-promoter, ad esempio. Rampollo di una famiglia di latifondisti di Ornans, ostenta l'aria da dandy di campagna in Autoritratto con cane nero (in prestito dal Petit Palais di Parigi) e adora ritrarsi con le vesti di contadino, come nel celebre Buongiorno signor Courbet. Sfacciato, gran viveur (la sua è una vita all'insegna degli eccessi: cibo e alcol in primis), appassionato viaggiatore, non recide mai il cordone ombelicale con la sua terra d'origine: grotte, sorgenti, rocce e boschi sono la cifra del suo paesaggio. «Io conosco il mio paese», diceva. Vero: camminatore, scalatore e abile nuotatore, Courbet vive «sulla pelle» la natura che dipinge. Sono gli anni in cui la fotografia comincia ad affinare le sue armi e in mostra il confronto tra i quadri dell'artista e le foto dell'epoca è efficace. I lavori di Courbet stuzzicano i salottieri collezionisti parigini, affamati di natura vigorosa e autentica: l'artista li accontenta, ma senza dimenticare il proprio guizzo beffardo. Se per gli accademici la natura è colore di fondo, per Courbet è co-protagonista. Le sue lascive Fanciulle sulle rive della Senna, tra i pezzi più importanti ora a Ferrara, portano nella Parigi di metà Ottocento la riva del fiume (che diventerà la più frequentata della storia dell'arte) in un quadro di genere dalle insolite grandi dimensioni: fu uno scandalo. Il Salon rigetta il lavoro e Courbet lo espone, a sue spese, nel giardino della manifestazione ufficiale: è solo una delle sue tante prove di carattere.

In un percorso espositivo suddiviso per temi e scandito da una cinquantina di lavori, la mostra fa ben emergere la personalità complessa dell'artista: Courbet insegue (e alla lunga ottiene) la fama e il riconoscimento della capitale, ma poi ama scappar via, alla ricerca di nuove ispirazioni. Prende familiarità col Mediterraneo, ama le scogliere della Normandia e ancor di più le cavità carsiche e i dirupi: si diverte, con l'uso della spatola e delle mani, a rappresentarli testando una pittura densa, piena di materia. Densa fu anche la sua esistenza: controcorrente e antisistema, aderisce alla Comune di Parigi, disprezza la colonna di Place Vendôme (e ne chiede l'abbattimento). La storia andrà da un'altra parte e Courbet dovette subire fino alla morte, nel 1877, infiniti guai giudiziari e l'esilio in Svizzera: i dolenti paesaggi alpini chiudono malinconicamente la mostra ferrarese.