Cremonini sbanca San Siro: "Realizzo il mio sogno"

Il cantante fa sold out a Milano: "Esibirsi negli stadi ti permette di portarci dentro tutta la tua carriera"

In fondo per lui è la realizzazione di un sogno: vent'anni dopo i Lunapop, Cesare Cremonini canta a San Siro.

Cinquanteseimila spettatori e rotti, tutto esaurito. Le favole del pop funzionano così: talento, fatica, palla lunga e pedalare. Quindici anni fa Cremonini camminava sulla sottile linea rossa che separa la gloria dal fallimento. Registrava bei dischi, ma non faceva incassi all'altezza. Ora a 38 anni è il golden boy della canzone d'autore e il concerto di ieri sera è stata la sua seduta di laurea. «All'inizio dei grandi concerti, di solito si mostrano i muscoli, invece io ho deciso di uscire sul palco solo come Cesare, metaforicamente nudo, giusto io e una tastiera».

Prima c'era stato lo strumentale Cercando Camilla, l'introduzione perfetta. Poi, da Possibili scenari in avanti, è iniziato un concerto nel quale tutti si sono sentiti a casa perché Cremonini ha l'incredibile capacità di diventare l'ospite del proprio pubblico. Lo mette a proprio agio, lo coccola, talvolta si fa coccolare. «Non faccio inaugurazioni delle Olimpiadi, ma concerti live» aveva detto prima di salire sul palco tra le stelle filanti che piovono sul palco in Possibili scenari. «Nella data zero di questo tour negli stadi, l'altra sera a Lignano, mi sono accorto che il bello di cantare in posti così grandi è di poterci portare dentro una carriera». Lui l'ha fatto e in queste date nei grandi stadi (il 23 a Roma e il 26 a Bologna) la porta tutta, emozionando ed emozionandosi in Padreemadre (a Bologna ci sarà anche suo padre 94enne), trasformandosi in entertainer durante Il comico e La nuova stella di Broadway per poi tornare a essere un cantautore da Latin Lover in avanti, grazie a brani come Lost in the weekend o Un uomo nuovo e Buon viaggio che sono l'aggiornamento più nobile del nostro pop. Testi sensati. Musica e arrangiamenti difficili da criticare. Undici musicisti in scena più un cantautore, il più riservato di tutti, quello che evita le bagattelle scandalistiche e che si tiene fuori dalle risse social. «A me piace spettacolarizzare solo se posso affiancarci il contenuto musicale», spiegava prima di salire sul palco disegnato da Giò Forma e incentrato sulla barra della copertina del disco, una sorta di termometro dei colori e quindi degli stati d'animo. Non a caso, gli spettatori si sono trovati cinque barre una sopra l'altra, veri e propri strumenti scenografici capaci di accompagnare tutte le oltre due ore di concerto.

«Negli stadi mi sento a casa, il mio obiettivo è continuare a restarci anche perché è la prima volta che qualcosa mi capita al momento giusto. Il successo mi è arrivato così in fretta che neppure mia mamma aveva avuto il tempo di mettersi in allarme». Però poi la mamma ha fatto i conti con il figlio popstar e si è rassegnata che fosse una popstar. «Si è trasferita in campagna e l'altro giorno mi ha mandato una foto delle sue galline con la didascalia anche loro tifano per te. E' l'immagine più rock che possa dare di questo mio debutto».

In fondo, Cremonini riesce, quasi per magia, a mescolare una incontestabile creatività pop con il buon senso di un artista che non ha perso il senso della misura. Si vede quando sale sul palco, con tutta l'emozionata spontaneità di chi davvero non riesce a credere ai proprio occhi, nonostante siano decenni che attende quel momento. «In questo concerto ho voluto dare spazio a tutto quelo che so fare, è uno show energico, divertito e scanzonato nel quale c'è persino un brano come Il pagliaccio, che ho scritto ai tempi di Squérez, e c'è anche la conferma che un mega successo come 50 Special non è l'unico a sostenere la mia carriera».

D'altra parte, Cesare Cremonini riesce a raccogliere un pubblico multigenerazionale (alle 16 c'erano già file di ragazzini davanti ai cancelli di San Siro) diventando un vero anello di congiunzione tra le età. Il palco di questo show gli è venuto in mente guardando un concerto dei Rolling Stones di fine anni 70 (grandi passerelle per abbracciare il pubblico) però il suo linguaggio (vedasi Kashmir-Kashmir) è di straordinaria attualità, anche se «mi sento estraneo al dibattito politico». Se non altro perché vive in un altro mondo, quello che per fortuna parla con la musica ed evita gli slogan a scadenza immediata.

Commenti
Ritratto di do-ut-des

do-ut-des

Gio, 21/06/2018 - 09:20

ah e così non ci si arriverebbe a fine mese. Bene bene.