Dallo stupro all'omicidio Al Lido non c'è giustizia

La (in)certezza della pena al centro di molti film Come quello della cinese Vivian Qu sulle molestie

Dal nostro inviato

A Venezia non c'è giustizia. I processi sono scivolosi, le cause legali un rischio, e la Verità non è mai una sola.

La verità è che molti film passati alla Mostra riflettono, a latitudini geografiche e legali diverse, sul grande tema della Giustizia. Che ne esce a pezzi. Ieri, al Lido, è arrivato uno di quei film apparentemente fragili, né imponenti né spettacolari, che però, se incontrano la Giuria giusta, possono riservare sorprese. Ed è una sorpresa Angels Wear White della regista e sceneggiatrice cinese Vivian Qu (portò qui, quattro anni fa, Trap Street), dove gli angeli del titolo, ispirato dai lunghi strascichi delle spose che vanno a farsi fotografare sulle spiagge (c'è una sequenza surreale nel film), sono due dodicenni molestate sessualmente da un uomo, senza mai volto, che si immagina un alto funzionario del Partito L'unica testimone è la giovane receptionist dell'hotel in cui si è consumata la violenza (sono suoi gli occhi attraverso i quali la regista racconta la storia), e se la famiglia di una delle bambine accetta la vergogna in cambio di soldi, l'altra non si arrende. Un padre si appella a quello stato di diritto che nella Cina di oggi, smarrita fra vetero-comunismo e tecno-capitalismo, è brutalizzato da corruzione (i poliziotti), illegalità diffusa (la banda che adesca ragazzine per farle prostituire), soprusi (la protagonista sta zitta per paura di perdere il lavoro). E così, all'ombra dell'abito bianco svolazzante di un'enorme statua di Marilyn Monroe innalzata nel parco di divertimenti del paesino turistico, si riflette cinematograficamente su temi durissimi - la violenza sulle donne e gli abusi del Potere - in maniera delicata e crudele. «La Cina sta lentamente progredendo verso uno stato di diritto moderno - ci dice Vivian Qu, unica regista donna in concorso al Lido - e il mio film vuole far fare un altro passo avanti». Alcune proiezioni-pilota in patria, spiega, sono state bene accolte. Confidiamo in una distribuzione anche sul mercato occidentale. Sarebbe un'ingiustizia il contrario.

Se ne sono viste molte, del resto, di ingiustizie alla Mostra. L'insulto di Ziad Doueri, legal-thriller che non crede nella giurisprudenza, mette in scena un processo che si apre a causa di un litigio per futili motivi fra un cristiano libanese e un profugo palestinese e si chiude, dopo due ore perfette, con una sentenza che pacifica le due fazioni politiche infiammate da un caso diventato politico e pericoloso. Ma, ecco la domanda, le ragioni personali dove vanno a finire?

Anche la madre di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri - il preferito dai critici del Lido - si ostina a chiedere un colpevole, nell'indifferenza di tutti, per la figlia violentata e uccisa. Anche nell'America profonda il diritto non è scontato. E farsi giustizia da soli non porta lontano. Nella cittadina di Suburbicon, dove si svolge la storia raccontata da George Clooney, i cittadini (bianchi) provano a regolare i conti (con i neri) alla loro maniera. Ma la tragedia è dietro la staccionata... E in Sweet Country di Warwick Thorton, anomalo e riuscito western australiano, l'aborigeno che uccide per legittima difesa, processato in aula, riesce a uscire indenne dal Tribunale. Ma fuori c'è un'altra giustizia, irrazionale, ad aspettarlo.

Rassegnamoci. Come ha spiegato Kore-eda Hirokazu, regista dell'insolito The Third Murder, storia di un omicida reo confesso che tuttavia si dimostra inaffidabile nel raccontare la propria versione, «Il tribunale non è il luogo in cui si stabilisce la verità». Figuriamoci il cinema.