Il debole del romanzo per i grandi delitti

La cronaca nera conquista la narrativa italiana: da "Romanzo criminale" a "Elisabeth", fino ai libri più recenti di Tarabbia, Cocco, Albinati e Patruno

Prendi una storia vera, specie se si tratta di un reato, meglio se una vicenda delittuosa, e ci scrivi un romanzo. Prima ancora di Truman Capote e di Dino Buzzati (che oltre a essere scrittore e pittore era anche un bravo cronista, cosa che gli fu spesso imputata dalla critica come un imperdonabile difetto), ma senza arrivare a scomodare Dante, che di crimini e criminali del proprio tempo ne ha messi non pochi nella Commedia, nell'Ottocento anche Dostoevskij, tra gli altri, era un assiduo frequentatore delle pagine di cronaca nera. Egli stesso, del resto, commentava spesso nel suo Diario di uno scrittore fattacci per comprendere la società della Russia di allora. È noto che lo spunto per il suo primo grande romanzo, Delitto e castigo, prenda ispirazione dal processo Lacenaire: un uomo di lettere che giustifica filosoficamente il suo crimine (rapina e omicidio) costruendoci sopra una teoria (Lacenaire verrà poi condannato a morte nel 1835). Sarà questa la storia di Raskol'nikov, uno dei personaggi più complessi e profondi della letteratura di tutti i tempi.

In Italia, negli ultimi anni, la cronaca nera è tornata di prepotenza nelle pagine narrative. Facile citare il successo di De Cataldo con Romanzo criminale, che ha dato seguito anche a un film e a una serie televisiva. Qualche anno fa Paolo Sortino, con Elisabeth (Einaudi) ha raccontato in un romanzo (che ha riscosso un meritato successo di critica) una tragedia che sconvolse l'Austria, quella di una ragazza rinchiusa in un bunker da suo padre e da egli ingravidata sette volte. Sortino, che certo guardava alla tragedia greca, quindi al mito, ha però voluto scrivere un romanzo sulla felicità. Più recentemente, Andrea Tarabbia, nel Giardino delle mosche (Ponte alle Grazie), è entrato nella testa del mostro, narrando, con grandi mezzi stilistici, ma come facendo il calco di un romanzo ottocentesco, la vita di Andrej Cikatilo, padre di famiglia e convinto comunista, il quale, tra la fine degli anni Settanta e il 1990, agghiacciò l'Unione Sovietica con i suoi oltre cinquanta delitti. Giovanni Cocco, con La promessa (Nutrimenti) indaga, scrivendo quasi un instant book, il suicidio-omicidio di Andreas Lubitz, secondo pilota di un aereo di linea che decide di far schiantare sulle pareti delle Alpi francesi. Ancora, ne I campi di maggio (Ponte Sisto), Igor Patruno prende spunto da due misteriose morti di giovani ragazzi (e pure dall'omicidio Pasolini), per raccontare gli anni di piombo e una generazione che opponendosi ai propri padri ha finito per lasciare orfani i figli. Sullo stesso periodo storico resta anche Edoardo Albinati con La scuola cattolica (Rizzoli), mettendo al centro del romanzo il delitto del Circeo del 1975. E segnaliamo anche la pubblicazione in questi giorni del romanzo d'esordio di Marcello Introna, Percoco (Mondadori), ispirato a un crimine avvenuto negli anni Cinquanta a Bari.

Sono solo degli esempi, ma si sarà notato che ho scelto di non citare neppure un giallo, o un noir, che notoriamente a fatti di cronaca si ispirano. Ed è chiaro che anche tra gli autori non nei casi che ho elencato ci sia una certa tendenza a prendere strumentalmente una vicenda nera e costruirci sopra una storia più d'effetto che di contenuti. Ma quello che interessa è altro. Qui non c'è alcun caso da risolvere, nessun commissario sulle tracce di un assassino. Perché l'assassino, molto spesso, è la ragione stessa del libro. La televisione, del resto, ci ha abituati a entrare nella vita del colpevole (o del presunto tale), spiandolo in casa, fuori casa, mentre fa la spesa o accompagna i figli a scuola, e via dicendo. Eppure credo ci sia una differenza sostanziale tra chi si nutre televisivamente di un fatto di cronaca nera e del suo responsabile, e chi sceglie di raccontare, del responsabile, la vita. Se la televisione crea una distanza che permette di allontanare da sé il criminale, di fatto consentendoci di accusarlo e giudicarlo, chi sceglie di costruirci sopra un romanzo pone se stesso fuori dal giudizio, perché quello che compie è un atto di immedesimazione.

Ma l'immedesimazione col criminale rende il personaggio vero o verosimile? Questa è la scommessa della letteratura. Perché se si trattasse solo di verosimiglianza, allora di un romanzo non sapremmo cosa farcene, ci basterebbe la cronaca. La letteratura, invece, mira sempre al vero, ovverosia a qualcosa che un crudo referto non potrebbe mai restituirci la realtà, d'altronde, non ha nulla a che fare con i fatti. Molto spesso scrivere un romanzo a partire da una vicenda di cronaca nera nasconde però anche il pretesto per raccontare la storia del nostro Paese (vedi Albinati e Patruno). La cronaca diventa, insomma, il sostituto frammentario della Storia, di una Storia che non riusciamo più a comprendere nella sua organicità. Ma forse quello che prima di ogni cosa pare scomparsa è un'idea di Nazione, un'idea di Paese, per questo parlare del «grande romanzo sull'Italia», come si legge spesso nei risvolti di copertina o nei comunicati stampa, ha poco senso e certamente non ha alcun rapporto con la verità.