"Dietro la mia pantera si nasconde Kipling"

L'attore baronetto di origini indiane interpreta Bagheera l'animale amico di Mowgli: "A Favreau ho detto subito sì"

Sir Ben Kingsley, l'attore, inglese di origini indiane, classe 1943, un Oscar per il Gandhi di Richard Attenborough, è molto orgoglioso di quel titolo di cavaliere che la regina Elisabetta gli conferì nel 2002. Sembra addirittura che, in un primo tempo appena ottenuto il titolo, avesse preteso anche sul set di essere chiamato Sir. Ora, a distanza di qualche anno, Ben Kingsley ha un approccio più rilassato con l'intera faccenda. Ci tiene, ma ha smesso di pretendere appellativi onorifici da colleghi e interlocutori. «Però è vero. Amo farmi chiamare Sir, quel titolo mi ha fatto sentire finalmente accettato, non più oggetto del razzismo che ho patito in passato, durante la mia infanzia di giovane indiano in Gran Bretagna. È ostentazione? Non lo so. Con il tempo ho imparato a esercitare il mio orgoglio in maniera più sommessa, ma non ne sono meno fiero». D'altra parte Ben Kingsley ha anche molto altro di cui essere orgoglioso. L'Oscar, ad esempio, ottenuto nel 1982 per la sua magistrale interpretazione del Gandhi di Richard Attemborough, o il Bafta, l'Oscar britannico, ottenuto dodici anni dopo per Schindler's List di Stephen Spielberg. Ora, dopo essere approdato al cinema con The Walk (il film di Robert Zemeckis che racconta l'avventura del funambolo Philippe Petit che attraversò su un cavo d'acciaio, a 400 metri dal suolo, lo spazio che separava le Torri Gemelle a New York), Sir Ben Kingsley sarà la pantera Bagheera della versione live action del Libro della Giungla, in uscita il 14 aprile in Italia, sempre prodotto da Disney, per la direzione di Jon Favreau (Iron Man). Nel film c'è un unico personaggio totalmente reale, Mowgli, interpretato dal dodicenne di origini indiane Neel Sethi. Kingsley presta la voce a Bagheera nella versione non doppiata (in Italia avrà la voce di Tony Servillo), ma i tratti della pantera sono comunque quelli dell'attore inglese perché parte del film è stato girato con la tecnica della motion capture, che cattura delle espressioni facciali dell'attore, per poi adattarle al personaggio creato al computer.

Mr. Kingsley, a cent'anni dal romanzo di Kipling e a 50 dal film di animazione di Walt Disney ora arriva questo progetto, come ne è entrato a far parte?

«Un giorno ero ad una festa. Jon Favreau si siede vicino a me e inizia a sorridermi. Ad un certo punto mi chiede se volevo essere Bagheera. Credo di aver detto sì ancora prima che finisse di formulare la domanda».

Non deve essere facile per un attore sparire dietro un personaggio creato al computer.

«Gli attori hanno un certo ego, è vero, ma per questa parte ho avuto una specie di intuizione. Non ho capito subito di cosa si trattava, ma poi l'ho capito: Bagheera è Rudyard Kipling, è l'autore del romanzo. È quello che racconta la storia, improvvisamente l'ho capito, ed è stato un onore».

Bagheera è una figura genitoriale per Mowgli. Ci si riconosce? Che genitore è Sir Ben Kingsley?

"Ogni genitore non è di un solo tipo, occorre adattare la propria figura di genitore alle esigenze dei figli. Una volta sei Bagheera, una volta l'orso Baloo. Non ci sono regole, ci vuole solo un po' di senso di attenzione e di capacità di risposta ai bisogni dei bambini, che cambiano giorno per giorno».

Jon Favreau ha detto che lei è stato il primo attore sul set con Neel Sethi, il ragazzino che interpreta Mowgli, e che lo ha preso sotto la sua ala. Ama dare consigli ai giovani che si approcciano alla professione?

«In genere non do consigli se non il buon esempio. Arrivo puntuale sul set, sono preparato e attento. La professionalità s'impara con l'esempio».

E lei? Ci sono ancora lezioni da imparare per Ben Kingsley?

«Certo, sempre. Ogni giorno, ogni set è diverso ed è la bellezza di questo mestiere e del processo creativo. Ogni giorno porta domande e risposte, nuove opportunità e quindi lezioni».

Dove tiene l'Oscar?

«In libreria. Un posto non troppo originale, ma è una stanza molto graziosa».

Lei ha recitato in più di cento titoli, fra film e serie tv, ma non ha mai voluto passare dall'altra parte della macchina da presa.

«No, non l'ho mai fatto e non ne ho mai sentito l'esigenza, ora però ho una mia casa di produzione e magari chissà, un giorno, se mi dovessero dire: Questo film lo puoi dirigere solo tu, allora magari ci potrei pensare. Ma per ora mi sto divertendo a produrre. Ho in cantiere progetti con parti molto interessanti per me e quindi per un po' giocherò ancora a fare l'attore».

Lei è stato diretto da due registi italiani. Fabio Carpi, in L'amore necessario e Giacomo Battiato in Una vita scellerata, su Benvenuto Cellini. Cosa ci dice del cinema italiano di oggi?

«Il cinema italiano ha una storia straordinaria e ha dato così tanto, soprattutto dopo il caos uscito dalla Seconda guerra mondiale sino agli anni Sessanta, poi qualcosa è cambiato. Ma oggi percepisco un nuovo cambiamento, sono membro della European Film Academy e così ho l'opportunità di vedere molti film contemporanei, anche italiani, e devo dire che ho visto ottimi lavori».

Cosa fa quando non lavora?

«Amo cucinare. Per mia moglie (Daniela Lavender, anche lei attrice e anche lei nel cast di Tut, nel ruolo di Herit, ndr). Lei è il mio critico culinario».

Sulla sua carta d'identità c'è scritto Krishna Pandit Bhanji, come ha scelto il suo nome d'arte?

«Da nomignoli di famiglia. Ben era il soprannome di mio padre, King Clove quello di mio nonno. Ne ho ricavato Ben Kingsley».

Ha mai pensato di fare qualcos'altro anziché l'attore?

«No mai. Mai avuto un piano B. Quindi devo dire di essere stato molto fortunato per come le cose hanno funzionato».