Il "disegno" di Mario Bellini? Avere una collezione magica

Il grande architetto è un amante dell'arte italiana e di un particolare realismo: quello di Cagnaccio, Zanini...

C'è una sottile linea psicologica che collega tutte le opere del Realismo magico italiano collezionate dall'architetto e designer Mario Bellini (Milano, 1935) dagli anni Settanta in poi. Una linea che lo deve aver attratto fatalmente per quella dimensione onirica, vitrea e cristallina, estetica ed estatica, carica di evocazione appunto magica, che contraddistingue gli artisti promossi per la prima volta a Milano dalla Galleria del Levante, attiva anche a Monaco di Baviera, tra il 1960 e il 1981, anno della morte di Emilio Bertonati.

Il riflesso dell'attenzione volta alla nuova oggettività tedesca negli anni Settanta - a Christian Schad e ai pittori di un realismo drammatico espressionistico - ha prodotto infatti effetti benefici non solo nel portare alla ribalta di un pubblico un po' più ampio artisti stranieri, ma anche artisti italiani. L'equivalente italiano di Schad lo si individua così in artisti come Achille Funi e Ubaldo Oppi. Ma anche, e soprattutto, in Cagnaccio di San Pietro (1897-1946), l'artista nel quale il Realismo italiano assume una dimensione plasticamente vitrea, lontana dalla carnalità e dalla fisicità.

Cagnaccio è uno degli artisti che affiorano nel percorso di rivalutazione dell'arte novecentesca, partita da Margherita Sarfatti e dalle esperienze della Scuola romana, nella sua dimensione più cristallina che è quella di Antonio Donghi. E proprio da Cagnaccio, con l'opera sua più nota, Dopo l'orgia, parte la collezione di Bellini che di Bertonati era stato compagno d'università al Politecnico di Milano.

Da un lato la Galleria del Levante indica una direzione nuova, dall'altro lato apre anche la strada a guardare con nuovo interesse ciò che è accaduto in Italia durante gli anni del rappel à l'ordre, sia a Milano sia a Roma. Un'attenzione che poi nel dopoguerra era stata soffocata e resa impraticabile dal «Gruppo degli otto» di Lionello Venturi o da figure come Anastasio Soldati e gli astrattisti della Scuola di Como.

Con tutto questo, va detto anche che l'esperienza romana parallela, quella di Valori Plastici, era andata di pari passo con gli studi di Carlo Carrà su Giotto e la rivalutazione dei primitivi italiani cui concorreva anche Roberto Longhi con i suoi studi su Piero della Francesca. E probabilmente tra il 1914 e il 1927, data della prima edizione del Piero della Francesca rivisto da Longhi, maturano muove consapevolezze che si proietteranno su un filone della ricerca artistica coeva.

Se è l'ora quindi di Valori Plastici ed è l'ora di Piero della Francesca, diventa anche l'ora dei romani Mario ed Edita Broglio - che fondano la rivista Valori Plastici (1918-1922) e pubblicano sia Longhi sia Carrà - due «realisti magici» volti a una dimensione quasi astratta, una visione depurata rispetto a quella nordista che pur aveva i suoi campioni anche in figure non allineate come quella appunto del veneziano Cagnaccio.

Nei primi anni Settanta Mario Bellini vede le mostre di Bertonati e rimane preso da questa dimensione estatica, cristallina, minerale, vitrea che, in particolare, Mario ed Edita Broglio avevano messo in circolazione negli anni Venti, in parallelo con Valori Plastici e con gli studi su Piero della Francesca. Piero diventa il paradigma anche per un altro «realista magico» internazionale qual è Balthus. E con minore fortuna snobistica e di mercato si pongono nella stessa traiettoria estetica i Broglio.

La sensibilità internazionale, ma non collegata alle mode, com'era ed è quella di Bellini, trova una specie di risonanza formale, per le sue iniziali scelte progettuali, nel Realismo magico di Mario ed Edita Broglio dei quali l'architetto è il più consolidato collezionista (Il romanzo, Bagno al parco, La donna e il mare, Le ciliegie, I carciofi, Le scarpette...). Per altro, bilanciando questa linea schiettamente legata al Realismo magico con quella di un Realismo più impietoso e tragico, che è quello di Cagnaccio, di cui Bellini possiede alcune delle opere più importanti. Le scelte dell'architetto milanese si muovono, dunque, in questa figurazione neorinascimentale e neoplastica che parte dai Valori Tattili di Bernard Berenson, tocca i Valori Plastici propugnati dai due Broglio ed entra in quella dimensione del sogno, della surrealtà nel quale si insinua Balthus, s'intravvede il Lucien Freud degli anni Quaranta e perfino il più vicino Antonio Lopez Garcia.

Il collezionista e architetto fa una scelta colta, dimostrando anche di prediligere un erotismo non morboso, non decadente, ma una sensualità geometrica, luminosa, sempre indiretta, distaccata, raffreddata... Una scelta autobiografica di identificazione ideale ed estetica che lo porta poi ad arricchire la collezione con il Doppio ritratto di Felice Casorati, con L'architetto di Mario Sironi del 1922, concezione a cavallo tra Novecento e Valori Plastici che tocca una dimensione metafisica, costruita, architettonica. Preziosa poi La Pisana del 1926, evocativa e magica, forse l'opera di Arturo Martini più corrispondente allo spirito della collezione. Notevole anche Gigiotti Zanini, pittore e architetto attivo a Milano tra gli anni Venti e Trenta, di cui Bellini possiede il Grande Paesaggio del 1922, considerato il manifesto di Valori Plastici.

Una collezione aperta, fluida, che non individua un movimento unico e definito, ma evidenzia piuttosto una linea psicologica e consente a Bellini di includere, per esempio, anche uno scultore (e pittore e architetto) come Giuseppe Gorni, caro a Giovanni Testori, che rappresenta un realismo naturalistico, contadino, trasferito in una catartica dimensione, più favolosa che magica.