Disordine e realtà nel Magrelli poeta (il)logico

Leggo i saggi di Arnaldo Colasanti da molti anni (da A giorno chiaro a Febbrili transiti e La stanza chiara, da Novanta a Rosebud e Suite celeste) e ciò che mi colpisce ogni volta è il suo doppio metodo di lettura, il suo modo di procedere; non la sua posizione nei confronti della letteratura ma il modo stesso che ha di pensare. Ho detto doppio perché questo «metodo» è il contenuto non dico di una contraddizione ma di un conflitto. Da una parte l'adesione totale al testo che sta esaminando, un'adesione che è attenzione filologica assoluta quasi un assedio alle forme e alle parole, al loro significato, ma pure a come le parole, in un contesto, possono aprire altri spazi di senso e quindi di interpretazione. QLo si capisce perfettamente in questo suo nuovo studio dedicato alla poesia di Valerio Magrelli, Polittico del «Sangue amaro» (Quodlibet, pp. 142, euro 12), che va a comporre il secondo volume (dopo La vita comune, pubblicato da Melville quest'anno, dedicato alla poesia di Claudio Damiani) dei Cantieri del Nord, in cui Colasanti di volta in volta affronta l'opera poetica di un contemporaneo leggendolo e commentandolo con la stessa attenzione e cura che si dedica ai classici. Vorrei dire, aprendo e chiudendo una parentesi, che questo progetto di lavoro (che vedrà presto stampati già altri due saggi su Dario Bellezza e su Giancarlo Pontiggia), si candida a divenire un punto di riferimento imprescindibile, il primo vero studio metodico (fuori dal circuito delle recensioni o delle antologie) sulla poesia italiana contemporanea.

Nello specifico, Colasanti di Magrelli prende in esame le undici poesie (undici come le sillabe di un verso perfetto) che formano la sezione La lettura è crudele della silloge einaudiana Il sangue amaro. Colasanti, vorrei aggiungere, è l'opposto del critico ritrattista il suo desiderio conoscitivo e il suo sapere non sono mai generici ma sempre specifici. Qui non troviamo infatti una divagazione sull'opera completa di Magrelli ma, di nuovo, un'attenzione assoluta a quell'oggetto d'indagine che il critico ha scelto di analizzare, al quale ha scelto di abbandonarsi. Alla sostanza, cosa interessa capire a Colasanti della poesia di Magrelli se non un paradosso? «La logica è quella di una contraddizione dell'esistenza in cui vivere è non capire ma, al tempo stesso, è accogliere sapientemente la realtà. Ancora una volta il paradosso di pensiero e di vita che in Magrelli continua a rivelarsi è l'assurdità di un difetto linguistico, in cui massimamente si costruisce la cura di sé». Siamo lontani dalla vulgata critica che legge Magrelli come poeta puramente logico. O meglio, quella logica non è che la superficie dietro cui si nasconde uno spavento, una paura. Ma è da quella paura che si manifesta come il «difetto linguistico» di non poter definire le cose, non poter dare a esse un ordine definitivo che la vita nasce, come da un disordine che però non si può mai davvero esprimere. Eppure, se «la poesia è rivelazione e svelamento», è anche vero che questa «può dire tutto della vita perché la Vita esiste e non muore mai, sebbene nessuno di noi, confessa Magrelli, ne può avere potere, proprietà, dominio».