Dura, fragile, umoristica La vita è una casa a tre piani raccontata da Eshkol Nevo

L'autore israeliano: "Tra l'ebraico di strada e quello della Bibbia c'è un mondo infinito da esplorare"

Eshkol Nevo ha, come nome, il cognome di suo nonno, Levi Eshkol, primo ministro di Israele fra il '63 e il '69 (fra Ben Gurion, di cui fu ministro e Golda Meir). Nato a Gerusalemme nel '71, cresciuto fra Tel Aviv e gli Stati Uniti, una carriera da pubblicitario, nel 2010 Eshkol Nevo pubblica La simmetria dei desideri, che diventa un successo internazionale (in Italia è pubblicato da Neri Pozza, come tutti i suoi libri). Il suo nuovo romanzo, Tre piani (pagg. 256, euro 17) è ambientato in un piccolo condominio in una zona residenziale vicino a Tel Aviv. Tre piani, appunto: tre famiglie, tre mondi nascosti, tre livelli (freudianamente) dell'anima. E tre voci. «Eshkol significa grappolo e ne sono felice: con questo nome devo scrivere da molte angolazioni». E la pluralità di voci narranti è una caratteristica dei suoi romanzi: «Quando comincio con una verità, con una angolazione, sento un istinto quasi fisico, devo dirmi: ci deve essere un altro modo» dice lo scrittore, a Milano per presentare il suo libro.

Così, al primo piano del condominio e del romanzo, quello della confessione di Arnon, un padre che perde la testa perché teme la figlia abbia subito abusi, ci sono le emozioni più dure: «Quando l'ho scritto ne avevo abbastanza, non volevo proseguire. Ho pensato: non lo pubblico. Però ho sentito quell'istinto biologico: perché raccontare solo la confessione di un uomo? Perché non parlare anche dei segreti delle donne?». Come quelli di Hani, madre e moglie in crisi di mezza età, una di quelle «vedove dell'hi-tech» che in pratica vivono da sole. «Una confessione intima, il tono è di una conversazione». Come quella fra Dvora, vedova ed ex giudice in pensione, con il marito (morto), attraverso una segreteria telefonica. Nella molteplicità di voci, quella di Dvora è la «più diversa»: «Le altre due storie finiscono con un punto di domanda: nemmeno io so come vadano a finire, se ci sia una happy end. Almeno a un personaggio volevo dare la speranza, l'occasione di una espiazione. Perché nel giudaismo confessare e pentirsi non è abbastanza: devi espiare. Devi sistemare il danno, l'errore».

La molteplicità di voci dice anche qualcosa della verità: «Per me non c'è mai una verità, mai. Non c'è né nei libri, né nel mio Paese. E non puoi neanche credere alle confessioni: magari c'è un tentativo di manipolazione, magari uno cerca il perdono, o la comprensione; magari non dice tutto. È una storia: e, dentro una storia, ce n'è sempre un'altra». Dice Nevo che questo è il mestiere dello scrittore: «Cerco sempre le storie che si nascondono dietro quella che appare. Anche durante una serata fra amici». Mette a nudo i fantasmi, in un libro più buio dei precedenti e ispirato - spiega - a un romanzo «molto cupo», La caduta di Albert Camus e a una canzone di Phil Collins, In the Air Tonight; tanto che all'inizio avrebbe voluto la copertina ancora più scura: «Sono voluto entrare nel lato più oscuro dell'anima dei protagonisti. Io amo i miei personaggi, sono sempre speciali per me; ma qui suscitano sentimenti anche di disturbo nei lettori. E mi piace». Sulla costruzione dei personaggi, apparentemente così «vicini», Nevo spiega che, nonostante insegni scrittura creativa, in realtà quando lavora scrive «intuitivamente». Con una eccezione: «Dvora è stato l'unico personaggio da costruire davvero. Non sapevo come pensi davvero un giudice, nella vita reale, quindi ho fatto delle ricerche». Il risultato è che ha scritto il romanzo solamente in cinque mesi: «È quasi imbarazzante. Di solito invece impiego molto più tempo: due anni per la Simmetria dei desideri, dieci per Neuland...». Insomma Tre Piani è stato tutto diverso, e qualche cosa ancora non se la spiega: «In un romanzo in tre parti, magari un lettore si aspetta che siano più interconnesse. Invece per me è connesso abbastanza così, non ho voluto renderlo più attraente lavorando sulla trama. Come una jam session: non si può ripetere».

Anche il linguaggio ha avuto il suo ruolo. «La lingua dipende dal personaggio, e in questo caso ne ho tre diversi: un gioco, un grande divertimento». Reso possibile da una caratteristica tipica della lingua ebraica, che per Nevo è «bellissima» (anche se, dice, «non è che avessi altre opzioni», e nonostante il detto: «Non c'è rock n' roll in ebraico»): «C'è l'ebraico di strada, molto sporco, e poi c'è quello alto, che è quello della Bibbia. La Bibbia, capisce? In mezzo, per uno scrittore ci sono possibilità infinite». Possibilità per raccontare voci, desideri, paure. Uno dei protagonisti dice che la nostra più grande paura è mostrare la nostra fragilità. «Ma è bello. È uno dei modi per essere vicino alle persone, è una delle cose che ti fa innamorare o diventare amico di qualcuno. Ai miei studenti dico: se volete entrare in connessione con il lettore dovete essere vulnerabili. Come i personaggi, pieni di difetti».

Dice Eshkol Nevo che, certo, rispetta i grandi scrittori israeliani («Oz era mio insegnante»), ma la sua passione sono quelli italiani. Ride: «Non ci sarebbe spazio per tutti i nomi». Per esempio: «Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Erri de Luca, Paolo Giordano. Sono drogato di Elena Ferrante, in Israele ne parlano tutti». E poi Italo Calvino: «Se una notte d'inverno un viaggiatore è strabiliante: storie brevi, che però danno il senso di un romanzo. Una prova ardua per uno scrittore. Un gigante». E l'umorismo, che attraversa tutti i suoi libri? «Forse è un modo di vivere. Lo devo a mia madre, credo: una persona che rideva molto, e ci faceva molto ridere. Del resto ha scritto una tesi di dottorato sull'umorismo arabo e l'umorismo ebreo...». Sua madre è figlia di Levi Eshkol e, dice, anche il nonno era «noto per il suo umorismo»: «Spesso, nelle negoziazioni, se l'atmosfera era troppo tesa raccontava una storiella dal finale divertente. Di solito in yiddish. Lo faceva con gli altri leader, coi militari». Eshkol, dice, è anche «un grappolo di humour». Eshkol ha anche a che fare con la storia di Israele. Suo nonno è stato uno dei padri fondatori e lui, il nipote, ha scritto un romanzo, Neuland, in cui un altro Israele è rifondato in Sud America. Vuole dire che quel sogno è fallito? «Vuole dire che è tempo di sognare di nuovo. Il sogno del sionismo è stato reso possibile dai fondatori come mio nonno: ora c'è uno Stato per ogni ebreo che si senta minacciato, anche se poi magari nel mio Paese si trova di fronte ad altre minacce... Ma la domanda è: quale Israele vogliamo? È tempo di immaginare un altro sogno».