"E tantissimi tornavano alle loro auto con borse piene di hamburger..."

Il fondatore spiega come ebbe l'idea destinata a lasciare il segno. Merito di otto frullatori

Ho sempre creduto che ogni uomo sia artefice della propria fortuna e responsabile dei suoi problemi. È una filosofia semplice e penso che mi sia stata tramandata, insieme alla corporatura da contadino, dai miei antenati boemi. Mi piace perché è molto valida e funziona tanto ora che sono un multimiliardario quanto funzionava un tempo, quando vendevo bicchieri di carta per trentacinque dollari la settimana e suonavo il piano part-time per mantenere mia moglie e mia figlia, all'inizio degli anni Venti. Ne consegue, ovviamente, che un uomo deve approfittare di ogni opportunità che gli capita, cosa che in effetti ho sempre fatto. Dopo diciassette anni passati a vendere bicchieri di carta per la Lily Tulip Cup Company e dopo aver scalato il settore vendite dell'azienda, ho visto un'occasione apparire sotto forma di un brutto frullatore a sei fruste per frappè chiamato Multimixer, e l'ho afferrata. Non è stato facile lasciare la sicurezza economica e un lavoro ben retribuito per mettermi in proprio. Mia moglie era scioccata e incredula. Ma il mio successo non ci ha messo molto a placare le sue ansie, e mi sono lanciato con gioia nella mia campagna: vendere un Multimixer a ogni bar, distributore di bibite o latteria della nazione. È stato uno sforzo remunerativo. E l'ho adorato. Eppure, ero all'erta in caso arrivassero altre opportunità. Conosco un detto che dice: «Finché sei giovane e verde, cresci; non appena sei maturo, inizi a marcire». E io ero verde come lo Shamrock Shake, il frappè che servivo a San Patrizio, quando sentii di una cosa incredibile che stava succedendo in California con il mio Multimixer.

Le vibrazioni mi giunsero sotto forma di chiamate da parte di potenziali clienti volontari di diverse parti del Paese. Un giorno mi chiamava il proprietario di un ristorante a Portland, in Oregon, un altro il gestore di un negozio di generi alimentari a Yuma, in Arizona, un altro ancora, il direttore di una latteria a Washington DC. In sostanza, il messaggio era sempre lo stesso: «Voglio uno dei tuoi mixer, uno di quelli che hanno i fratelli McDonald a San Bernardino, in California». Ero sempre più curioso. Chi erano questi fratelli McDonald e perché i clienti notavano proprio il loro Multimixer, quando ne avevo altri simili in diversi posti? (...) Perciò feci qualche controllo e rimasi stupito nel sapere che i McDonald non avevano un Multimixer solo, e nemmeno due o tre, bensì otto! L'immagine di otto Multimixer che sputavano fuori quaranta frappè alla volta era davvero troppo incredibile. Questi frullatori venivano venduti a 150 dollari al pezzo, badate bene, ed era il 1954. Il fatto che ciò stesse succedendo a San Bernardino, che a quel tempo era una cittadina tranquilla, praticamente nel bel mezzo del deserto, rendeva il tutto ancora più straordinario.

Un giorno, presi un volo per Los Angeles e feci qualche incontro di routine con i miei rappresentanti della zona. Poi, di buon mattino, il giorno seguente percorsi il centinaio di chilometri che mi separava da San Bernardino. Passai davanti al negozio dei McDonald alle dieci circa, e non rimasi poi molto colpito. Era un edificio ottagonale piuttosto piccolo, una struttura molto modesta di sessanta metri quadri circa, situata in una posizione d'angolo: il classico drive-in. Aspettando che si facessero le undici, l'orario d'apertura, parcheggiai e osservai l'arrivo dei dipendenti erano tutti uomini, con indosso camicie bianche eleganti, pantaloni, e cappelli di carta bianchi. Mi piacquero. Iniziarono a togliere gli alimenti da un capanno lungo e basso sul retro della proprietà. Spingevano dei carrelli pieni di sacchi di patate, confezioni di carne, casse di latte e bevande, e scatole di panini dentro l'edificio ottagonale. Qui sta decisamente succedendo qualcosa, mi dissi. Il loro ritmo di lavoro aumentò finché non mi parvero affaccendarsi come formiche a un picnic. E poi cominciarono a arrivare le auto, e iniziarono a formarsi le code. Il parcheggio non ci mise molto a riempirsi e le persone a marciare fino alle finestre e a fare ritorno alle loro auto con borse piene di hamburger.

***

Una volta conclusasi l'ora di punta del pranzo, mi vidi ancora con Mac e Dick McDonald. Il mio entusiasmo per il loro lavoro era genuino, e sperai che fosse contagioso e che li convincesse ad acconsentire al piano che mi si era formato nella mente.

«Sono stato nelle cucine di parecchi ristoranti e drive-in del Paese per vendere i Multimixer», dissi loro, «e non ho mai visto niente con il potenziale di questo posto. Perché non ne aprite altri simili? Sarebbero una miniera d'oro per voi e anche per me, perché aumenterebbero le mie vendite di Multimixer. Che ne dite?».

Silenzio.

Mi sentii come se avessi fatto un passo falso o qualcosa del genere. I due fratelli rimasero lì seduti a fissarmi. Poi Mac fece quella piccola smorfia che qualche volta nel New England viene scambiata per un sorriso e si voltò sulla sedia per indicarmi la collina con vista sul ristorante.

«La vede quella grande casa bianca con l'ampio porticato?», mi chiese. «Quella è casa nostra, e la adoriamo. Ci sediamo sul porticato di sera, guardiamo il tramonto e il nostro locale. Siamo tranquilli. Non vogliamo crearci altri problemi. Ora possiamo goderci la vita, ed è quello che abbiamo intenzione di fare».

Il suo approccio era del tutto estraneo al mio modo di pensare, perciò ci misi qualche minuto a riorganizzare i miei argomenti. Ma subito mi fu chiaro che continuare a discutere non avrebbe portato a nulla, perciò dissi loro che potevano guadagnare lo stesso facendo aprire a qualcun altro i nuovi locali. Potevo sempre vendere i miei Multimixer alla catena.

«Sarebbe un bel problema», obiettò Dick McDonald. «Chi potrebbe aprirli al posto nostro?».

Mi sentii posseduto da un senso di sicurezza. Poi, mi sporsi in avanti e dissi: «Io?».