Ecco perché Viale Mazzini non sarà mai la Bbc

La sede della Rai in viale Mazzini

Se torno a nascere, vorrei essere Fabio Fazio che, in un paese di furbi, dimostra di saperci fare davvero. Basta vedere il contratto - 11 milioni di euro in quattro anni, una cifra da nababbo con una durata eccessiva - che si è portato a casa da mamma Rai dopo aver minacciato in tutte le salse di volersene andare approdando a lidi concorrenti. Ieri quasi tutti i quotidiani hanno concesso molto spazio all'ingaggio faraonico del presentatore che, come artista, dopo l'interpretazione data dall'Avvocatura dello Stato e dal ministero dell'Economia, ha potuto aggirare il tetto dei compensi (240mila euro all'anno) fissato per i dipendenti pubblici. Non certo per colpa loro, i giornali non hanno, però, sottolineato il fatto che ci sono state, in particolare, due votazioni: una, specifica, sul contratto di Fazio e l'altra sui palinsesti per il prossimo autunno. Quella che ci riguarda è stata appunto la prima ed io, come membro del consiglio d'amministrazione di viale Mazzini, ero presente ed ho preso le distanze astenendomi al voto mentre Carlo Freccero ha preferito lasciare la sala: non è, quindi, vero - e non so chi abbia fornito tale versione dei fatti - che io fossi assente per motivi personali a quell'importante delibera. Perché mi sono dissociato? Per un motivo molto semplice, come ho sottolineato venerdì nella mia dichiarazione in cda: da una parte, infatti, ho apprezzato lo sforzo del nuovo direttore generale, Mario Orfeo, che, in pochi giorni, è stato costretto ad affrontare una patata così bollente e ha, quindi, cercato in tutti i modi di tenere in scuderia quello che qualcuno ha definito «il Maradona della Rai», dall'altra non mi è, invece, affatto piaciuta la campagna-stampa del presentatore che, ad ogni piè sospinto, aveva continuato ad annunciare il prossimo forfait. Fazio rappresenta certamente una risorsa della Rai - e il fatto che sia stato trasferito dalla terza alla prima rete lo dimostra - con un ritorno in termini di audience e di pubblicità, ma credo che ci sia, comunque, un limite a tutto. Non dobbiamo, infatti, mai dimenticarci che i soldi della Rai sono degli italiani, di tutti gli italiani e che, in tal senso, occorre contenere i compensi astronomici di certi artisti anche se, per la verità, il cda l'ha già fatto tagliando i cachet del 10% e oltre.

Ma è anche necessario garantire il pluralismo dell'informazione e, al riguardo, non mi è affatto piaciuta la soppressione dell'Arena di Giletti che andava in onda nel primo pomeriggio della domenica. A chi dava fastidio quella trasmissione di successo (uno share di quattro milioni di telespettatori) che, per giunta, portava tanta pubblicità a viale Mazzini? Dicono gli amici di Massimo che, alla notizia della cancellazione del programma, il presentatore abbia pianto: posso capirlo. Siamo alle solite, cambiano i direttori generali (a proposito, il predecessore di Orfeo, Antonio Campo dell'Orto, è pronto a rituffarsi nell'arena), ma la Rai non sarà mai la Bbc. È anche per questo motivo che il cavallo morente non potrà più essere lo «spendificio d'Italia». Anche io avevo sostenuto la proposta di mettere il canone televisivo nella bolletta elettrica per combattere l'enorme evasione fiscale (che aveva raggiunto il 30% degli utenti), ma oggi mi sono già pentito di avere sostenuto quella battaglia. Se i nostri soldi debbono, infatti, servire a pagare «cachet» d'oro, sono paradossalmente giustificati (o quasi) tutti i furbetti d'Italia. Nel frattempo, prevedo scintille all'audizione di martedì dei vertici davanti alla commissione parlamentare Rai: tanto tuonò che piovve.