Ecco il primo grande romanzo sui ventenni del terzo Millennio

"Falsa partenza" di Marion Messina: un esordio fulminante che ricorda Houellebecq. Il sentimento prevalente nei giovani è il rancore verso una modernità che li sfrutta e li rifiuta

I cinquantenni sono sconvolti all'idea di perdere il lavoro. I ventenni del terzo Millennio sarebbero sorpresi di trovare un'occupazione stabile. Per i cinquantenni, «famiglia» significa sposarsi (tardi) e avere un figlio (ancora più tardi). Per i ventenni, «famiglia» significa vivere con i genitori fino all'incipiente mezza età per risparmiare sul magro stipendio. Per i cinquantenni, il pezzo di carta, l'agognata laurea, dava accesso a professioni in linea con gli studi effettuati. Per i ventenni, lo studio è una odissea che si dipana tra lauree brevi, magistrali, master, specializzazioni varie, corsi di lingue. Doppio il risultato: le statistiche sulla disoccupazione possono non conteggiare la folla degli iscritti all'università; carichi di titoli, i ventenni potranno strappare un contratto a tempo determinato come receptionist. Il sentimento prevalente nei cinquantenni è lo stupore: non riusciranno a costruire qualcosa di solido. Improvvisamente realizzano che saranno più poveri dei propri padri. Il sentimento prevalente nei ventenni è il rancore verso una società senza sbocchi. I cinquantenni si definiscono ancora in base all'appartenenza politica: destra o sinistra. I ventenni se ne infischiano di queste antiquate divisioni. I più consapevoli esprimono idee che potrebbero appartenere, contemporaneamente, a un reazionario di destra o a un rivoluzionario di sinistra.

Nessun romanzo, come Falsa partenza (La Nave di Teseo, pagg. 175, euro 17), descrive così bene il mondo di chi compirà vent'anni nel 2020. L'autrice, Marion Messina, smaschera con glaciale cinismo tutti i miti del progresso. In questo, come notato dalla stampa francese, non è lontana dal Michel Houellebecq di Estensione del dominio della lotta. Paragone impegnativo, soprattutto per una esordiente, ma giustificato dalla qualità del libro. La storia è semplicissima: una ragazza francese quasi ventenne si trasferisce dalla provinciale Grenoble alla metropoli parigina dopo una delusione amorosa. Il suo ex è uno studente colombiano, conosciuto a Grenoble, trasferitosi a Lione e infine ritrovato a Parigi. Lei campa di lavoretti umilianti e faticosi. Lui non riesce a togliersi di dosso, qualunque cosa faccia, quell'aria da immigrato. Socializza solo con connazionali, odia il suo Paese d'origine, ma più lo disprezza più avverte di appartenergli. Non è più un colombiano ma non sarà mai un francese.

Lui e lei sono assorbiti, usati e sputati fuori da un mondo che si rivela ogni giorno più disumano. Lei lavora come receptionist in un grattacielo del quartiere de La Défense. Per ottenere posti di questo tipo, è meglio avere un curriculum lungo un chilometro o due. Non perché sia utile a qualcosa. Solo per facilitare la scrematura dei troppi candidati. Lei si adatta a convivere con un patetico «vecchio» (quarant'anni). Uno che «ce l'ha fatta». È riuscito a ottenere una posizione tranquilla nella società. Per scoprirsi solo e disperato.

La precarietà è la regola e la condanna dei ventenni incoraggiati a sognare ciò che li distruggerà. Vogliono fuggire dalle piccole città ma di Parigi non conosceranno nulla, troppo presi dalla necessità di mettere insieme il pranzo con la cena. Vogliono passare da opportunità a opportunità. Peccato siano una peggiore dell'altra. La crisi economica non risparmia nessuno. Chi è dentro, è dentro. Chi è fuori, resterà fuori. Vogliono studiare all'estero e finiscono sradicati prima di chiudersi nelle comunità di immigrati. Credono che l'unico modo di sentirsi realizzati sia avere successo nel lavoro. Poi scoprono che hanno sacrificato per niente la parte migliore di se stessi. Elogiano il libero mercato ma solo fino al momento in cui realizzano che in Europa non ce n'è traccia. Sono schiavi indotti ad amare la propria catena dalla propaganda del potere globale, impersonale e avido.

I ventenni oscillano tra rassegnazione alla sconfitta e un sordo rancore verso la società pronto a esplodere. Forse una via d'uscita ci sarebbe, l'amore. Ma anche il sentimento più puro si rivela una merce tra le merci e non può sopravvivere ai ritmi della Capitale. Il finale del romanzo è tragico, nulla è concesso ai personaggi ma neppure ai lettori.

Nel libro c'è una implicita carica antimoderna che sarebbe sciocco oltre che inutile etichettare politicamente. Si può tornare indietro o andare avanti, reazione o rivoluzione, ma non conservare questo obbrobrio.