Con «Faber» il romanzo riscopre la memoria

Andrea Caterini

C'è qualcosa che accomuna tre romanzi pubblicati quest'anno: Una sostanza sottile (Einaudi) di Franco Cordelli; La caduta delle consonanti intervocaliche (Fazi) del brasiliano Cristóvão Tezza; Bussola (e/o) del francese Mathias Enard. È l'idea che non vi è romanzo che non sia allo stesso tempo una critica al romanzo, un suo commento. E, pure, che il romanzo sia una forma che si scontra con la memoria, cioè col tempo. Una memoria che in Cordelli è uno stato mentale, in Tezza una visione linguistica, in Enard è legata alla musica. È questo specifico modo di vivere il tempo a determinare lo stile di questi romanzi, a modellarne la forma. Romanzi che, nonostante ci sia ancora chi ne decreta la morte, o ne scoraggia la scrittura (ma viene il sospetto che non leggano quelli giusti o abbiano smesso di leggerne del tutto), dimostrano quali possibilità possa ancora fornirci questo genere.

Sulla memoria, quindi sul tempo (e tralasciando la critica sociale, e politica meno interessanti), si interroga anche il romanzo del francese Tristan Garcia, Faber (NN, traduzione di Sarah De Sanctis). Pur non essendo all'altezza dei tre di cui ho detto, è un romanzo che merita attenzione. Garcia viene dalla filosofia, in Francia pubblica con Gallimard, ha 35 anni e nel 2016 ha vinto il Prix du Livre Inter. Curriculum a parte. Faber (nome del protagonista) è l'uomo speciale, il diverso, il rivoluzionario, il colto (fin dalle elementari), colui che ha cambiato la vita a chiunque gli si sia accostato. Specie ai due suoi amici, Madeleine e Basile, che vanno a recuperarlo, ora che vive da eremita, dopo che hanno ricevuto due lettere d'aiuto scritte in codice. Il ritorno di Faber nella cittadina francese fa tornare a galla il passato. Garcia scrive: «Dato che un'anima non è altro che memoria narrata, e che tutto quello di cui ci ricordiamo è destinato a essere dimenticato, tutte le anime sono mortali». Faber non ricorda o ricorda poco, sono gli altri, quelli che ha cambiato, che gli prestano un passato. O forse è il contrario: Faber è il custode della memoria di tutti. È l'anima che ognuno ha scelto di dimenticare, o uccidere, e che attraverso di lui inevitabilmente riemerge come una necessità di racconto, di narrazione.