"Faceva il cinico, era un bambinone"

Lino Banfi ricorda Paolo Villaggio, collega in tanti film: "Mi consolò quando morì il mio cagnolino"

«Faceva il cinico, l’intellettuale. Sempre con quella faccia da burbero inquieto. Ma era un bamboccione. Un bambinone come me. Come noi», dice Lino Banfi che, insieme a Paolo Villaggio, ha girato otto film, dal 1983 al 1987. Commedie comiche come Scuola di ladri o come Fracchia la belva umana, che hanno fatto scuola.

Caro Banfi, quale ricordo ha di Villaggio?

«Fuori dal set, giocavamo a fare i bambini. Ma tutte quelle chiacchiere da intellettuale erano soltanto chiacchiere. Quando si parlava di famiglia, di figli, Paolo diventava un altro. I suoi Fantozzi, i suoi Fracchia, restano maschere indelebili. Perché di Fracchia e di Fantozzi ce ne sono ancora tanti».

Dice? Ma hanno distrutto la borghesia dalla quale quelle maschere provenivano...

«All’apparenza. Sotto sotto, gli italiani sono più servili e succubi di prima. I Fracchia e i Fantozzi si celano sotto altre vesti. Ma ci sono!».

Parlavate del cinema italiano di oggi, così scadente?

«Certo. Giocando giocando, insieme abbiamo fatto un bel po’ di film. Riflettevamo sulla mancanza di professionalità dei giovani attori. I quali devono capire che puoi avere successo sul web, su Facebook, su Instagram. Ti trovi un milione di persone che ti seguono e credi d’essere famoso. Ma non è così. Poi, devi fare un film di un’ora e mezzo. Devi soddisfare persone che hanno pagato un biglietto. Per questo ci sono crolli psico- fisici, da parte dei giovani attori. C’è chi si droga. E le ragazze che non riescono, si prostituiscono. Essere famosi in rete è una “stronzeta”, come dico io».

Lei e Villaggio, lavorando insieme, avevate la sensazione di far bene il vostro lavoro?

«Noi non facevamo grandi preparazioni, o molte prove. Al massimo, giravamo 2-3 scene. Bisognava correre, lavoravamo al massimo cinque settimane. Però, avevamo acquisito esperienza. Eravamo bravi a rubarci il mestiere, a imparare l’uno dall’altro. Ma senza mai sopraffarci».

Sul set, nessuna rivalità?

«Insieme, si vendeva di più. E c’era molta solidarietà. Nel film Missione eroica. I pompieri 2 lavoravamo con grossi tutoni ignifughi. Eravamo a Manziana, vicino Roma e ci assistevano i veri pompieri: dovevamo affrontare fiamme vere. Ci dicevano di non oltrepassare una certa linea del fuoco, con fiamme altissime che bruciavano sul serio. Proprio quando dovevamo girare tra le fiamme, morì il mio adorato cagnolino Zazà. Uno yorkshire morto di tumore al fegato. Arrivò mio figlio sul set, facendomi segno che non c’era più nulla da fare. Il regista, Giorgio Capitani disse: “Fermiamoci. Lino è troppo triste”. Al produttore Bruno Altissimi non importò dei soldi che si perdevano, con lo stop. E Paolo, anche lui “canaro”, mi consolò con tenerezza. Faceva il cinico, ma non lo era».

La condivisone dei set con Villaggio le ha insegnato qualcosa?

«L’assoluta generosità dell’artista vero. Tra noi facevamo i folli. Ma poi, recitando, facevamo sul serio. Paolo mi lasciò interpretare il commissario Auricchio, nel famoso Fracchia la belva umana, con la massima libertà. Non si sovrapponeva, né era geloso dei coprotagonisti. Anche quando, in seguito, il pubblico si ricordava più del mio personaggio che di quello suo, credendo che Fracchia la belva umana fosse “un film di Banfi”, lui non disse niente. Spesso l’ho visto divertirsi alle battute altrui. Uno così non poteva essere geloso del mestiere».

C’è una follia che avete fatto insieme?

«Giravamo a Tunisi e una mattina, alle sette e mezza, Paolo mi porta davanti a una bancarella lurida, coperte da mosche. Lui mangiava tutto. Mischiava. Faceva schifezze atroci. “Dobbiamo assaggiare un dolcetto?”, gli chiesi. Macchè: mi costrinse a ingurgitare un cous-cous disgustoso, che lui mangiò con gusto. Dopo gli ho chiesto: “Ti è piaciuto davvero?”. “Macchè, era ‘na cacata!”. “E allora perché te la sei mangiata?”. “Così”, m’ha risposto. Era fatto così».

Il suo ricordo «social» di Villaggio allarma: «Prepara il set, poi ci vediamo». Paura?

«Macchè! Gli attori muoiono, si fa un gran piagnisteo e poi se li scordano. Io li frego tutti: preparo un progetto agroalimentare, “Bontà Banfi”. Prodotti pugliesi, dai taralli al grano arso. Ci sarà la mia faccia sulla bottiglia dell’olio, su ogni scaffale al supermarket. Così di me si ricorderanno».

Commenti

demetrio_tirinnante

Mar, 04/07/2017 - 10:26

Banfi, cioè zagaria. Mo' ce se mette pure questo a dì du' cose. L'ambasciatore dell'Unicef, come ama ricordaci di essere, che fu a sua volta un comicastro della cosiddetta commedia all'italiana, e che meglio avrebbe fatto a chiudere a quei tempi la propria carriera, oggi patetico, si occupa di comparsate in tv per parlarci della sua attività bucolica di Morlupo. E visto che si trova.. dice anche due "omissis" pardon, due omesses, sul conto dello scomparso Villaggio.