Quel fascino di Joyce per i casi di «nera»

Nell'«Ulisse» decine di riferimenti a episodi e processi da lui seguiti: un saggio li racconta

In principio fu l'eccidio. 17 agosto 1882, Maamtrasna, Irlanda, «in un luogo romito». Vengono massacrate cinque persone: il padrone di casa, la moglie, i due figli e la suocera, «appartenenti tutti all'antica tribù dei Joyce». Accusato del massacro, un parente, Myles Joyce, «un vecchio di sessant'anni». Benché innocente, la Corte inglese «lo condannò al capestro» e quel lontano avo di James Joyce, nato proprio in quel luttuoso 1882, sventagliò le gambe al vento di Galway, impiccato in dicembre, buone feste. Nel 1907, per il quotidiano triestino Il piccolo della sera, Joyce rievoca nell'articolo L'Irlanda alla sbarra quei fatti.

Il fascino verso i casi efferati scorre nel sangue di Joyce. Ottobre 1899. Joyce ha 17 anni e si aggira nel tribunale criminale di Dublino. Il processo intentato a Samuel Childs per l'omicidio del fratello più vecchio scuote l'aula per tre giorni. Joyce piglia appunti. «Oltre vent'anni dopo, il caso Childs è citato abbondantemente nell'Ulisse. E non è tutto: il romanzo più celebre del Novecento cita almeno 32 casi giudiziari, civili e penali, che lo scrittore ha avuto modo di seguire durante la giovinezza». Adrian Hardiman, giudice della suprema corte irlandese, ha sempre avuto il pallino per i libri di Joyce. Poco prima di morire l'anno scorso è riuscito a raccogliere i suoi studi in Joyce in Court (Head of Zeus, pagg. 336, £ 25), dove «il mio intendimento, nell'ambito del genere libri su James Joyce, è quello di raccontare un particolare sconosciuto. Nessun altro scrittore come Joyce dimostra un interesse pressoché continuo verso la cronaca giudiziaria». Proprio di «cronaca» si parla, «non di Legge in astratto, come accade in Franz Kafka, ma di casi specifici, della legge che si applica sui drammi e gli enigmi della vita umana».

Il giudice col grembiule da critico letterario allinea una sfilza di ghiottonerie criminali: Joyce tratta il caso di Florence Maybrick, accusata, nel 1889, di aver avvelenato il marito; il caso di George Edalji, figlio di un pastore anglicano di origine Parsi, condannato nel 1903 per aver mutilato e ucciso un cavallo sull'accaduto speculò pure Arthur Conan Doyle e quello «della prostituta Honor Bright, trovata morta nel 1925 per le strade di Dublino», che barbaglia nel bel mezzo del brulichio verbale di Finnegans Wake. Joyce ricama su casi eclatanti l'affare Dreyfus, ad esempio, oppure l'assassinio dell'alto politico vittoriano Lord Frederick Cavendish, accaduto a Dublino come su processi banali l'Ulisse «menziona 18 cause civili, legate per lo più al mancato assolvimento di debiti». Con morso sadico Joyce, che avrà i suoi problemi con la legge i grotteschi processi per oscenità intentati al suo capolavoro sviscera il male che cova nei tribunali più che quello che corrompe i criminali. «Era affascinato dall'idea che la legge possa eliminare l'inevitabile, possa proteggerci dalla morte». La grande letteratura, al di là del bene e del male, ci fa morire felici.