Fenomeno Lagercrantz «Sono nato per raccontare Di tutto e senza snobismi»

Lo scrittore è la prova che il vero talento è flessibile: così si può passare dal thriller alla biografia di Ibrahimovic o di Turing

«Non so se sono bravo. Mia sorella dice che sono un attore scrittore e quindi quello che so è che sono capace di scrivere in stili diversi, di immedesimarmi completamente in voci diverse. Scrivo meglio quando si tratta di imitare qualcuno o scrivere di altri, altri che non sono io. Ho sempre scritto di geni fuori dagli schemi, personalità particolari che la società percepisce come minacciose. Come Zlatan Ibrahimovic o Alan Turing. Personalità non convenzionali». Così si è definito David Lagercrantz quando gli abbiamo chiesto che opinione abbia del proprio talento narrativo: non convenzionale. E così si potrebbe definire la sua carriera letteraria ma anche, in fondo, il suo profilo biografico. Profilo e talento che, oggi che Marsilio - sulla scia del successo di Lagercrantz come continuatore della Larsson saga - porta in libreria il suo La caduta di un uomo. Indagine sulla morte di Alan Turing (pagg. 458, euro 19, traduzione di C. Giorgetti Cima), vale la pena indagare.

L'ultracinquantenne giornalista e scrittore svedese è diventato famoso nel mondo soltanto lo scorso autunno, quando si è ritrovato a far parte di uno dei lanci epocali del 2015: il quarto capitolo della Millennium Trilogy di Stieg Larsson, Quello che non uccide (Marsilio). Uomo di grande fascino - vi sfidiamo a seguirlo in una presentazione classica: impossibile annoiarsi dotato di stupefacente vocazione drammatica, Lagercrantz ha fin qui impegnato tre quarti della sua carriera nella cattura di profili psicologici, associando intelligenza culturale a feroce autostima: «Più di tutto voglio uscire dagli schemi. Testare i limiti della letteratura. Mi piace rompere le regole, mettere alla prova le resistenze dell'ambiente culturale». E non si può dire che non lo abbia dimostrato: dopo aver debuttato come firma nell'house organ Volvo, si è lanciato in una carriera di cronista di giudiziaria e nera, finché non ha compreso che le sue arti di reporter - osservazione e ricostruzione - potevano essere messe a frutto nella stesura di biografie «ad alto tasso di seduzione non letteraria»: «Con Quello che non uccide ho cercato di non essere troppo letterario. Larsson non era un autore letterario. Non lo dico in modo cattivo: è che lui scriveva in quella che chiamerei una prosa giornalistica efficace. Ho fatto lo stesso con le biografie come quella di Turing. Essere letterari significa più esattezza, dettaglio, pensieri sviluppati, più lunghi. Bisogna levare, magari anche usare dei cliché, mentre in letteratura puoi usare un cliché soltanto se te ne prendi gioco».

Comincia con una figura di secondo piano, lo scalatore Goeran Kropp, nel 1997. Passa attraverso l'inventore Håkan Lans. E in breve approda a Turing, il matematico visionario del codice Enigma, le cui vicende hanno commosso e scioccato il mondo. Nel volume, Lagercrantz fonde abilità narrativa e conoscenza profonda dei meccanismi criminali, affidate al personaggio del detective Leonard Correll. Ne esce un bioprocedural di grande impegno il disgusto di Lagercrantz per coloro che costrinsero Turing al suicidio a causa della sua omosessualità è davvero esplicito anche se mai retorico - che, se lo ha lanciato in Svezia, potrebbe anche farcelo riconsiderare, in Italia e nel resto d'Europa, come scrittore a tutto tondo. Alla faccia del Larsson's affaire. Se non fosse che nella biografia seguente, dedicata a Ibrahimovic (uscita da noi qualche anno fa per Bur con il titolo Io, Ibra) Lagercrantz ha spinto questo suo originale concetto di «faction» agli estremi. Ed è stato accusato di aver inventato o comunque riscritto la maggior parte dei virgolettati del campione: Una stupidata, una bolla che è esplosa intorno al concetto assurdo di autenticità letteraria. Io volevo cogliere la verità del personaggio, dovevo creare l'illusione della sua voce. Ho usato la tecnica letteraria non per mentire, ma per arrivare più vicino alla sua essenza. Se avessi dovuto usare le citazioni sarebbe venuto fuori un volume di 16mila pagine».

Il suo snobismo sovversivo è noto da tempo in Svezia, dove Lagercrantz era una celebrità anche prima del coinvolgimento in Millennium. Membro di diritto della nobiltà svedese come discendente diretto e, in linea materna, nipotino di uno dei più grandi poeti del suo Paese, Erik Gustav Geijer; figlio dell'editore e accademico delle lettere Olof Lagercrantz; nipote del filosofo Hans Ruin; fratello dell'attrice e diplomatica Marika, David è uno degli esponenti della crème intellettuale nordeuropea. Il che non gli ha reso la vita facile: le sue origini altolocate lo hanno costretto più volte a ritirarsi dal dibattito culturale, dominato, a suo stesso dire, solo da scrittori esponenti della sinistra radicale: «Persino quando mi hanno scelto per continuare l'opera di Larsson è sembrato che le mie origini potessero essere un ostacolo. Larsson era un esponente della classe operaia, io no. Io sono un privilegiato, non si discute. Ma per una cosa del genere bisogna scegliere il migliore e quando ho presentato la prima bozza di Quello che non uccide a Nordstedts, l'editore originale di Millennium, l'ho detto chiaro: «Sono nato per questo. Nessuno potrebbe farlo meglio».