Il film del weekend: "La foresta dei sogni"

Gus Van Sant confeziona un'opera tutt'altro che eccelsa dal punto di vista cinematografico ma che merita rispetto per i contenuti spirituali che tenta di diffondere

All'ultimo festival del cinema di Cannes c'è stata una pellicola che ha fatto molto discutere e si è guadagnata sonori fischi: "La foresta dei sogni" di Gus Van Sant. Tacciato di sentimentalismo sdolcinato e quasi parodistico, quando non di misticismo strappalacrime, il film è stato stroncato dai critici di mezzo mondo. Eppure, per quanto sia forse deludente dal punto di vista strettamente cinematografico perché costellato di tante piccole ingenuità, a livello di contenuti e intenzioni l'opera ha un valore innegabile se si ha la sensibilità di saperlo cogliere.

Arthur Brennan (Matthew McConaughey) è un professore di fisica e ricercatore scientifico che ha deciso di suicidarsi e, a questo scopo, si reca in Giappone, ai piedi del monte Fuji, in una foresta nota per essere uno dei posti più suggestivi nel quale darsi la morte. Pochi istanti prima di compiere il gesto estremo, però, si imbatte in un uomo, Takumi (Ken Watanabe), che è ferito e vaga da giorni in cerca della via d'uscita. Arthur decide di fare qualsiasi cosa per salvarlo.

I fan di Gus Van Sant se ne facciano una ragione: non c'è traccia, stavolta, di autorialità perché il regista sembra essersi messo al servizio dell'universalità, cedendo la scena a temi forieri di riflessione e di conoscenza per una platea quanto più vasta possibile. Van Sant non è certo uno sprovveduto: ha speso una carriera oscillando a propria discrezione tra cinema indipendente e blockbuster hollywoodiani. Se nel film c'è qualche sparuta traccia di qualunquismo, poesia alla buona o lirismo già visto, è perché il maestro ha forse calibrato in maniera un po' maldestra il suo tentativo di rendere accessibili a un pubblico di massa contenuti spiritualmente elevati. Non deve essere stato facile, per un cineasta del suo calibro, liberarsi dal condizionamento di dare ai suoi estimatori di lungo corso ciò che desiderano e scegliere di esprimersi senza preoccuparsi di compiacere altri se non le proprie ambizioni interiori.

Il film trasuda simboli e archetipi. Attraverso i dialoghi tra i protagonisti e l'impiego di molti flashback si esplorano l'amore, la perdita, il tradimento, il senso di colpa, il desiderio di morte, l'esistenza di altre dimensioni e, ripercorrendo la storia d'amore tra Arthur e la moglie (Naomi Watts), si danno indicazioni utili a riconoscere i primi segnali di disinnamoramento in una coppia, quelli da disinnescare sul nascere prima che sia troppo tardi.

Vale sempre la pena dare una possibilità a un'opera che parla di bisogno disperato di trascendenza e che può fare la differenza nella vita di qualcuno consolandolo, elevandolo oltre la sofferenza e comunicandogli contenuti di speranza.