La furia della crisi economica porta la realtà sulla Croisette

Ne "La Loi du Marché" di Brizé lo strepitoso "disoccupato" Vincent Lindon tra disincanto e voglia di reagire Il regista: "Un mondo senza cattivi ma con tante storie cattive"

da Cannes

Quasi due anni da disoccupato, dopo venticinque da operaio nella stessa fabbrica e cinquanta di età stroncherebbero anche un toro, però in La loi du marché ( in italiano La legge del mercato ) Thierry ha le spalle larghe e non è tipo da piangersi addosso. Si è iscritto al collocamento, ha fatto corsi di formazione pagati di tasca sua, ha ridotto al minimo le spese, ha cercato di rinegoziare il mutuo sull'appartamento che ha con la banca: dopotutto gli mancano solo cinque anni per chiuderlo. Il funzionario-donna è stato comprensivo: sarebbe meglio venderlo, ha suggerito, in modo da avere un capitale su cui contare e che poi, magari, un domani... E, a proposito, non sarebbe anche il caso di fare un'assicurazione? Così, tanto per dare a moglie e figlio una copertura, nel caso in cui... Thierry ha sorriso e ringraziato. Come si fa a spiegare che i sacrifici di una vita, un quarto di secolo di fabbrica e di rate nel sogno di godersi alla fine la pensione in casa propria, non sono equiparabili al cash puro e semplice, quel denaro che vale sempre meno in una società dove tutto costa sempre di più? Certo, potrebbe vendere l'auto-camper che serviva alle vacanze d'estate: 35 metri quadri, sedici anni di usura, ma tenuta in perfette condizioni. Si era accordato per una cifra di 7mila euro, ma poi al momento di firmare l'acquirente è sceso a seimila e lui ne ha fatto un punto d'orgoglio: la parola data non è un suk, aver bisogno non vuol dire che l'altro se ne può approfittare. È stanco, Thierry: stanco di colloqui di lavoro via Skype, ha dovuto attrezzarsi anche per questo, l'inumanità delle nuove tecniche manageriali all'insegna dell'ottimizzazione del tempo. Stanco degli ex compagni di lavoro e di sindacato che ancora si aggrappano all'idea che la fabbrica riapra, all'indennizzo da parte del «padrone» che ha delocalizzato la produzione all'estero. Stanco di spendere soldi in riqualificazioni che non riqualificano un bel niente. È l'età che gli si ritorce contro: troppo vecchio per un futuro nuovo, troppo vecchio anche rispetto al suo passato: un giovane costa comunque meno e se non ha la sua esperienza ha più duttilità. È come un pugile Thierry: incassa a ogni round che passa, ma non va mai al tappeto. Prima o poi, pensa, un colpo lo piazzerà anche lui. E finalmente, il destino sembra dargli ragione: un posto di addetto alla sicurezza antitaccheggio in un supermercato, giacca, cravatta, e badge per meglio intimidire chi è stato immortalato dalle telecamere al momento del furto. Il fatto è che spesso si tratta di poveri cristi come lui, gente che ruba merce per 17 euro, le sue stesse colleghe cassiere che si imboscano i coupon dei buoni sconto o fanno la cresta sui punti fedeltà. È entrato in un mondo dove tutti sorvegliano tutti e tutti denunciano tutti. È il suo?

La legge del mercato fa il suo ingresso in concorso al Festival con un film che porta proprio quel titolo, e per una volta non si parla né di sentimenti né di passioni proibite, non si fa il bagno nel patinato di lusso, nel glamour delle ricostruzioni d'interni, non si mettono in campo effetti speciali, location suggestive, non si gioca al film nel film, all'alternarsi fra fantasia e realtà. Con un budget limitato, un cast preso dalla strada, camera a mano, montaggio secco, personaggi filmati di tre quarti o di profilo, il regista Stéphane Brizé carica sulle spalle di Vincent Lindon, l'unico attore professionista, il compito di raccontare la crisi che tutti noi viviamo, economica, sociale, inter-personale. Fisico massiccio, voce roca, umile e dignitoso, il modo di esprimersi di chi ha sempre più usato il fisico che le parole, Lindon fa del suo Thierry un operaio che si staglia per tutto il film con il suo corteo di esitazioni, disincanto, voglia di farcela e insieme incapacità ad accettare una crudezza di cui ignorava l'esistenza, da cui sino ad allora era stato risparmiato.

«Racconto un'umiliazione sociale» dice Brizé, «dove nessuno è veramente cattivo, ma tutti sono comunque partecipi della violenza del mondo. È un film “politico” nel senso che ha a che fare con l'organizzazione del sistema in cui operiamo. Thierry non si ritrova senza lavoro perché ha lavorato male, diventa disoccupato perché così vuole la logica di mercato; più utili grazie allo stesso prodotto fabbricato all'estero in virtù di una mano d'opera meno cara. È un uomo normale in una situazione brutale».

Costruito all'insegna di una scena-una sequenza, il formato cinemascope incollato ai volti, La legge del mercato è il racconto di un'«umanità senza qualità», quasi vista al microscopio, le telecamere del supermercato che a tutto schermo ci raccontano cosa lì succede. Brizé è bravissimo a evitare persino il ricatto delle emozioni tipico delle sceneggiature che contemplano la presenza di un handicap - il figlio ritardato di Thierry e di sua moglie - qui reso sobriamente. E da manuale sono la scena del brindisi aziendale alla dipendente del supermercato che ha raggiunto l'età della pensione, e le lezioni di ballo che la coppia prende per poi rifarle a casa per la gioia del ragazzo. «Ho adorato questo film, tanto che l'ho coprodotto» spiega Vincent Lindon. «Dico molti no nel mio lavoro, ma quando dico sì è perché sono convinto. Se mi piace, me ne infischio che abbia successo o no». Al momento, il miglior attore del Festival è lui.