Hopper, così tranquillo da essere inquietante

Ritratti, paesaggi, interni, solitudini, silenzi: i quadri del primo artista davvero americano sono classici e pop E influenzarono, tra gli altri, l'Hitchcock di «Psycho»

Edward Hopper è uno dei pochi artisti del Novecento così celebri, così amati dal pubblico, così considerati dalla critica, così influenti sull'arte arrivata dopo di loro, così sofisticato e insieme così pop, da vincere contro se stesso. Entrato nella pittura, nel cinema, nella fotografia, nella pubblicità, nei fumetti, nell'iconografia quotidiana, nel merchandising, lo vediamo ovunque. Ma così come Andy Warhol ad esempio - non ci stanchiamo di (ri)vederlo. Privilegio dei grandi. Classici perché popolari, popolari perché classici.Classico popolarissimo del XX secolo, primo artista autenticamente americano della Storia, tanto schivo e refrattario nella vita privata quanto riconosciuto e global nella società massmediale, Edward Hopper (1882-1967) nel recente passato è già stato due volte in Italia. A Palazzo Reale a Milano nel 2009 e alla Fondazione Roma nel 2010. E se ci si chiedesse: «Ma ne serviva una terza?», la risposta è sì. Eccome. Bentornato, Edward. A Bologna, a Palazzo Fava, oggi apre la grande, bellissima mostra dal titolo unico e iconico Hopper (fino al 24 luglio), a cura di Barbara Haskell del Whitney Museum di New York, da cui provengono tutte le opere, e di Luca Beatrice, critico d'arte ultra-pop e molto smart. Esattamente come l'esposizione.Due piani, dieci sale, oltre sessanta «pezzi» dipinti soprattutto ma anche disegni, carboncini, gessetti e incisioni poco visti o addirittura mai visti da noi il percorso, facendoti vedere i lavori originali di Hopper, in realtà ti fa venire in mente tutte le volte che lo hai visto rifatto, riprodotto, citato, saccheggiato, richiamato. Nell'arte prima di tutto: tanta pittura americana figurativa successiva arriva da qui, dall'iperrealismo (Hopper muore nel 1967) fino agli anni Ottanta e Novanta. Nella fotografia: lui preferiva gli schizzi a matita (a proposito: qui c'è il suo album personale dei disegni preparatori, sfogliabile in digitale) e in vita sua non scattò mai foto, ma i suoi quadri lo sono; a partire dagli interni spogli nei quadretti degli anni Dieci («La perfezione delle sue geometrie è già tutta qui», mi dice Barbara Haskell, felicissima di vedere il «suo» Hopper sotto i meravigliosi fregi dei Carracci di Palazzo Fava: «It's amazing»), e il senso di immobilità che riesce a fissare dentro la cornice; e comunque Wim Wenders prima di scattare le sue fotografie americane aveva visto i quadri di Hopper. Nel cinema: Alfred Hitchcock, certo, a partire dalla casa di Psycho che il regista inglese vide in un quadro di Hopper, che è in mostra, e il voyeurismo di tele come Summer interior o delle acqueforti come Evening Wind che filtra direttamente nella Finestra sul cortile, ma anche Michelangelo Antonioni per le citazioni dei distributori di benzina - cinematograficamente iconici - de Il grido (1957) e gli interni silenziosi e sospesi del Deserto rosso (1964), oppure Dario Argento che in Profondo rosso (1975), in una Torino livida e spettrale, ricostruisce il bar di Nighthawks oggi visivamente di culto mentre di fronte, dall'altro lato di piazza C.L.N. si consuma il delitto. E nella letteratura, persino: se guardi Hopper ti viene in mente una di quelle belle storie esistenziali di Raymond Chandler; e qualcuno ma è da dimostrare ci «legge» anche Georges Simenon. A proposito. Edward, che a sette anni si iscrisse a una scuola di disegno e iniziò presto a produrre incisioni e locandine che vendeva a poche decine di dollari, arrivò la prima volta a Parigi, tra il 1906 e il 1907, a ventiquattro anni (la sala degli acquerelli «francesi» è stupenda), e lì certo guardò bene Edgar Degas, cosa che gli servì poi per i suoi ritratti femminili.Ritratti femminili, paesaggi, solitudini, voyeurismo, silenzio Hopper non è una mostra cronologica (anche se una delle prime cose che incontri è l'autoritratto dell'artista a ventidue anni), ma per temi, che vanno e vengono nella sua arte con la stessa monotona e insieme unica abitudine con la quale Edward e la moglie andavano su e giù in automobile per le strade (e per le stazioni di servizio, e per i ponti, e per i fari, e per i lungofiume, e per le periferie) della provincia americana. L'importante era andare piano, per vedere bene le cose, fissare con precisione sul taccuino la realtà, e poi aggiungerci dopo l'immaginazione. «È all'inizio che bisogna andare lenti, quando si comincia, per tracciare una composizione impeccabile, in modo da non dover aggiungere e sottrarre dopo».Lento e impeccabile, perfettamente in equilibrio tra invenzione e realtà, tradizionale senza essere tradizionalista, inquietante per le cose che mette dentro il quadro e luminosissimo in quelle che mette davanti (una collega ha detto che per guardare bene Light at Two Lights è meglio mettere gli occhiali da sole, ma forse esagera), Edward Hopper come racconta Luca Beatrice che mi accompagna per le sale - è davvero uno dei grandi maestri del Novecento, che non ti stancheresti mai di guardare e di portare in mostra. «Lui era uno che andava da solo, sta nel figurativo mentre gli altri vanno verso l'action painting. Edward Hopper ha corso in solitaria, arrivando prima di tutti gli altri tanti e influenzando le visioni di quelli che arrivarono dopo». Quelli della maniera «hopperiana», del post-moderno, del minimalismo, del citazionismo Cioè noi.