Dopo i fischi del 1904 la prima «Butterfly» si prende la rivincita

Apprezzate direzione, regia e interpretazione dei cantanti. Tredici minuti di applausi

Il bel dì dell'inaugurazione della Scala con Madama Butterfly, capolavoro popolarissimo di Giacomo Puccini, è arrivato. Come diffuso dai mezzi di stampa un motivo di interesse non indifferente consisteva nella riproposta della prima versione. Cio-Cio-San attese tre anni il ritorno del marito americano nella sua casa a soffietto sulla collina di Nakasaki, mentre la prima versione dell'opera, attendeva il rientro in Scala da centododici anni. Dopo l'ascolto diretto abbiamo verificato la suprema intelligenza musicale di Giacomo Puccini che da quella prima versione ha espunto, in tre successive versioni, gli inutili bozzettismi, soprattutto nella scena del matrimonio, operando suture magiche. I brani tagliati, presi singolarmente, sono preziosi: tutto quanto esce dalla fantasia dell'Autore ha il sigillo della sua personalità geniale. Ma nell'economia complessiva dello spettacolo sono parentesi di cui si può fare (e si è fatto) a meno. Anche quando sono «prelibate», come diceva il professor Fedele d'Amico, riferendosi al piccolo inserto dialogico nel duetto d'amore del primo atto. Ma Puccini non lavorò solo di taglio. Migliorò anche il pre-esistente, come nel caso del meraviglioso arrivo di Butterfly, il quale non ha nella primitiva versione l'arco seducente di un giro armonico che disegna una salita irresistibile (come l'ascesa della farfalla Butterfly verso il nido nuziale) al «richiamo d'amore». Anche il primitivo impianto del finale, seppur sul piano drammaturgico molto interessante (la parte di rilievo che assumono le frasi della sposa americana Kate), manca di quella fatale concisione che incide anche sulla straordinaria pregnanza delle pause, di quei «silenzi» terribili di Butterfly, di cui Puccini parla al suo librettista Luigi Illica. La messa in scena di Alvis Hermanis era in sintonia con il generale lavoro di recupero della concezione originale. Singolare la totale americanizzazione della casa di Butterfly nel secondo atto (secondo il desiderio della piccola geisha di avvicinarsi alla cultura di Pinkerton), con effetti pertinenti serviti da scene pregnanti (Leila Fteita) e costumi di colorata nipponeria (Kristine Juriane). Il fronte vocale nella tragedia giapponese di Puccini è dominato da Butterfly che, con l'eccezione del dialogo iniziale, è sempre in scena. Il peso gravava sulle spalle di Maria José Siri, che lo ha assolto con notevole resistenza, sebbene la dizione non sempre limpida abbia nuociuto alla rivelazione intera di questo personaggio, minuto e parco nei gesti, quanto capace di dignità e risoluzione straordinarie. Il tenore seduttore, Brian Hymel (quel diavolo d'un Pinkerton, come lo chiama il buon console Sharpless), seppur orbato della sua crepuscolare e celeberrima melodia nel finale (Addio, fiorito asil), ha potuto farsi apprezzare se non per lo squillo, per la gradevole personalità. Solido e sperimentato il console Sharpless di Carlos Alvarez, ficcante e autorevole il sensale di matrimonio Goro di Carlo Bosi, così come la servente Suzuki dell'intensa Annalisa Stroppa. Un apprezzamento di gruppo, dovuto allo spazio tiranno, ai ben caratterizzati comprimari (Gabriele Sagona, Leonardo Galeazzi, Nicole Brandolino, Abramo Rosalem). Il risultato finale decretato dal pubblico è stato molto lusinghiero, riservando 13 minuti di applausi e grande calore alla sortita degli artisti (con qualche lieve attenuazione per il tenore), a quella del regista Hermanis e dei suoi collaboratori, al maestro Chailly, accolto da un'ovazione alla sua sortita singola, cui va riconosciuto il merito di averci fatto conoscere una versione storicamente fondata, saldando un debito vecchio di centododici anni.