Con i misteri del Vaticano Glenn Cooper fa "miracoli"

Il nuovo thriller ruota intorno al dogma dell'Immacolata concezione: "La Chiesa cattolica è sempre sotto minaccia"

Punta su uno dei dogmi più importanti della confessione cattolica l'ultimo romanzo di Glenn Cooper (I figli di Dio, Editrice Nord, traduzione di Barbara Ronca, pagg. 448, euro 20) da ieri in libreria. Lo scrittore americano, questa sera ospite del Festival Letterature a Roma, sfrutta infatti il dogma dell'Immacolata concezione per costruire l'ultimo Vatican thriller, genere di cui è maestro riconosciuto da entrambe le sponde dell'Atlantico. Non teme di limitare il suo pubblico parlando di miracoli e di dogmi cattolici. «In verità i miracoli appartengono a tutti. Anche alle persone non religiose - spiega - Il fatto che qualcosa di trascendente possa agire in nostro favore è un pensiero che ci accomuna tutti. Certo, il dogma della Immacolata concezione è roba vostra, di voi cattolici. Ma non penso di limitare il mio pubblico parlando di questo. E poi l'argomento è pur sempre il Vaticano, con le sue lotte intestine».

Cooper mostra tutto il suo pragmatismo su questo argomento citando un modo di dire tipicamente americano: «Stick to your knitting». Cioè: occupati di quello che conosci meglio. Nel suo caso: parlare di Immacolata concezione è un espediente utile per mettere alla prova la solidità della fede cattolica e dell'organizzazione della Chiesa. «Molti lettori avvertono - racconta - la sensazione che la fede e la Chiesa cattolica nei miei romanzi siano costantemente sotto minaccia. Ed è esattamente ciò che avverto anche io prima ancora di mettermi a scrivere». Per Cooper, che è un semplice osservatore laico del mondo vaticano (che frequenta da oltre dieci anni, sfruttando tra l'altro la sterminata Biblioteca vaticana per le sue ricerche), le faide interne nel mondo della Chiesa cattolica potrebbero avere conseguenze future imprevedibili. «Non escluderei nemmeno lo scisma». D'altronde, spiega, la politica di Francesco, così orientata a un progressismo di stampo liberale «non è poi così ben vista dai noi negli States».

E anche il racconto che leggerà questa sera nella cornice della basilica di Massenzio ha a che fare con il rapporto tra fede cattolica e confessione protestante. Il suo testo, scritto per il festival diretto da Maria Ida Gaeta, è un dialogo serratissimo tra l'inquisitore della Casa reale e William Shakespeare. Il primo rimprovera al secondo il doppio senso di alcune celebri espressioni tratte dalla sua produzione drammaturgica. Il secondo, ovviamente, difende non soltanto il suo lavoro di scrittore e la libertà creativa di chi sa maneggiare con cura e sapienza la lingua, ma offre un inedito elogio proprio dei dogmi della Chiesa cattolica.

Come lettore Glenn Cooper, che in America ha scelto di vivere non soltanto in una delle case più vecchie di tutta la nazione (costruita intorno al 1670 nella campagna del Massachusetts) ma dove hanno soggiornato anche un suo collega (Henry David Thoreau) e un celebre predicatore, Samuel Parris (famoso per la caccia alle streghe di Salem), ha dei gusti molto esigenti. Degli italiani cita con favore soprattutto Dante e Umberto Eco. Al polo opposto, là dove si trova l'Inferno degli scrittori, mette invece l'egocentrismo («davvero gratuito») di tutti quei personaggi pubblici («politici soprattutto») che scrivono autobiografie. Sono, dice, «gli scrittori più detestabili». Se provate a chiedergli se questa regola, come tutte le norme, preveda un'eccezione, lui sorride sornione e mormora: «Se rispondo, però, smaschero la mia appartenenza politica». E infatti ai poli opposti di questa scala ci sono L'audacia della speranza (l'autobiografia di Barack Obama, pubblicata da Rizzoli) e L'arte di fare affari di Donald Trump (Sperling & Kupfer), considerato da Cooper «il peggior libro che mi sia capitato tra le mani». «Di Barack Obama mi ha molto colpito inoltre I sogni di mio padre, un testo che mi ha ispirato». Non ci sono soltanto speranza e pensiero positivo, però, nell'orizzonte di Glenn Cooper. Era ancora un ragazzo quando sui telegiornali rimbalzavano le notizie relative alla cosiddetta «crisi di Cuba». Lo spettro di una guerra nucleare era, per il futuro medico nonché scrittore di bestseller, l'epifania dell'Apocalisse. A ricordargli quel pensiero adolescenziale oggi l'autore della Biblioteca dei morti sorride: «Oggi i segni dell'Apocalisse sono molto più numerosi. Basta aprire un giornale, uno qualsiasi, in un giorno qualsiasi. Se si vuole essere piuttosto disincantati per non dire cinici, si potrebbe dire che siamo vicino alla fine dei tempi». Il fatto che dica questo sorridendo e scalpitando perché non vede l'ora di uscire a ritrovare la città che conosce da trent'anni e che tanto ama, fa pensare che anche la visione apocalittica sia più una posa da scrittore, appunto cinico e disincantato. Che sa anche districarsi tra fake news e report reticenti. E non ha paura che i suoi lettori, magari quelli giovani e più sprovveduti, possano cadere nelle trappole delle sue invenzioni. «Non sono degli idioti - spiega con un largo sorriso - La finzione letteraria è sempre chiara anche se mi tengo assolutamente fedele all'accuratezza della ricostruzione storica». E alla fine Glenn Cooper saluta con un messaggio più che rassicurante: «Noi autori scriviamo storie. Il libro della Storia, però, è già stato scritto».