I tesori nascosti d'Italia escono dalle casseforti

A Salò Vittorio Sgarbi ha raccolto 180 capolavori da anni «occultati» in banche e collezioni private: una geografia dell'arte del Paese, dalla Lombardia alla Sicilia

Vittorio Sgarbi, cacciatore di opere d'arte per diritto del destino e collezionista per dovere della professione, sa bene che «La caccia ai quadri non ha regole, non ha obiettivi, non ha approdi, è imprevedibile. Non si trova quello che si cerca, si cerca quello che si trova. Talvolta molto oltre il desiderio e le aspettative».

Molto oltre il desiderio dei committenti la Regione Lombardia e il sindaco di Salò - e sicuramente le aspettative del pubblico, Vittorio Sgarbi ha aperto ieri la sua personalissima mostra Da Giotto a De Chirico al MuSa, il Museo di Salò, aperto a giungo dello scorso anno ma di fatto inaugurato ieri con la prima grande esposizione del piccolo gioiello sul Garda presieduto da Giordano Bruno Guerri. Il quale, Presidente del dannunziano Vittoriale degli Italiani a Gardone, qui è di casa. Fatta di opere segrete, poco o mai viste, chiuse in case o istituzioni private, la mostra che ripercorre l'arte italiana dal primo pittore moderno, Giotto, all'ultimo pittore antico, De Chirico, porta come sottotitolo-chiave I tesori nascosti, così come la mostra che Sgarbi portò all'Expo nel Padiglione Eataly, e di cui è l'ideale prosecuzione, aveva quello di Tesori d'Italia. Due mostre diversissime (c'è solo un'opera in comune), ma identiche nell'impianto: mostrare, regione per regione, le eccellenze dell'arte italiana, dalla Lombardia alla Sicilia, da Bernardino Luini a Fausto Pirandello. Eccola la geografia dell'arte italiana, ridisegnata da Vittorio Sgarbi sulla mappa originale tracciata dal suo maestro Roberto Longhi: in un lungo percorso, per l'occasione ridipinto completamente di rosso, scorrono tutti i colori, le luci, le forme, gli stili, le correnti, i paesaggi e i ritratti degli artisti più belli - portati per la prima volta fuori dai caveau delle banche, delle Fondazioni, delle Istituzioni e delle case private - dell'enciclopedia dell'arte italiana. Dal 300 alla metafisica.

Sette secoli di storia, 180 opere tra dipinti e sculture, un intero piano del MuSa (sopra c'è la mostra complementare L'immagine dell'Italia attraverso la fotografia allestita da Francesca Sacchi Tommasi), dieci sale, 200mila di euro di investimento della Regione per mostrare i tesori di tutte le regioni. Un «museo dei musei» (ospitato a Salò fino al 6 novembre, chiusura della mostra-monstrum) dentro il quale, privilegio della preview, ci accompagna lo stesso cacciatore-curatore Vittorio Sgarbi, che fino all'ultimo, come sempre, ha aperto casse e appeso quadri (il Cristo portacroce di Girolamo Figino è arrivato questa notte alle 2.30) e che, come sempre, è inseguito da assistenti, galleriste, assessori, giornalisti, fotografi, filmaker, lo stesso Oscar Farinetti, sua sorella Elisabetta Sgarbi e intellettuali vari. Categoria cui il Professore riserva - in conferenza stampa la più tranchant delle sentenze: «Sono pecore che hanno bisogno di un protettore: in Italia sono tutti vigliacchi, quindi di sinistra. Di non allineati ne conosco pochissimi».

Poco conosciuti, «minori», inediti oppure maestri assoluti con opere fino a oggi nascoste: sono tutti allineati qui, gli artisti di Sgarbi. Il maestro senese Tino di Camaino, i leonardeschi Giampietrino e Bernardino Ferrari, Dosso Dossi con Il risveglio di Venere (1525) comprato all'asta per 5 milioni di dollari dal Credito Romagnolo; e poi il Ritratto di Gabriele Tadino (1538) di Tiziano, della Cassa di Risparmio di Ferrara; un San Vincenzo martire (1580) di Ludovico Carracci che sembra El Greco; il raffinato bolognese Pietro Faccini che spicca in un'intera parete di pittori emiliani; quindi l'anticaravaggesco Guido Reni; il Platone (1630) di De Ribera sequestrato da Goebbels a una famiglia di ebrei, rimasto per cinquant'anni in Germania dopo la guerra in attesa di una richiesta degli eredi mai arrivata e alla fine andato all'asta da Christie's.

Sgarbi è policromo nell'abbigliamento, e dorato nell'eloquio. Dice che la parete che abbiamo di fronte «è così importante che nessun museo italiano ne ha una uguale»: ci sono Mattia Preti, Luca Giordano, due opere di Guercino. E siamo al 600 napoletano. Poi c'è Roma, poi il barocco. C'è Il ciarlatano (1656) di Bernardino Mei, il più bel dipinto del 600 senese, di proprietà del Monte dei Paschi, « e che ricorda nel viso Oscar Farinetti da vecchio». Il quale, nella sua reale mezza età, ride alle spalle di Sgarbi. Davanti scorrono i dipinti del Baciccio, Francesco Cozza, Antonio Carneo («Ho provato a comprarlo, ma è troppo caro»), Pietro Liberi, detto il «Cavalier libertino», al quale piacevano molto le donne e che le dipingeva sante, a volte adultere. «Chi è questa bionda, magra ma interessante?», chiede Sgarbi di una donna agée ma molto bella.

Il 700 passa tra un bicchiere d'acqua con le medicine e «eiaculazioni cromatiche». Poi, la pittura dell'800: il ritrattista Antonio Basoli, Gaetano Previati («uno dei pochi maestri riconosciuti dai futuristi»), Odoardo Borrani (il suo soldatino, dipinto tra 1860 e 1861, combacia cronologicamente e simbolicamente con l'Unità d'Italia) Infine, la galleria del 900: si apre con i manifesti per gli spettacoli d'opera di Aroldo Bonzaghi («il nostro Toulouse Lautrec»), passa via attraverso Casorati, De Pisis, due Morandi mai visti della Fondazione Carisbo, una coloratissima natura morta di Oscar Ghiglia («il Morandi toscano»), le sculture di Libero Andreotti, quelle di Wildt, quattro De Chirico, il ritratto del filosofo Andrea Emo di Savinio, Ettore Beraldini («ricorda Hopper... no... Rockwell») e, in fondo, a chiusura di tutto, il Ritratto di Antonio Santangelo (1942) firmato da Renato Guttuso. Un intellettuale, il soggetto, e un pittore, l'autore, sublimi. Seppure allineati.