Inquieto e indomabile Era l'ultimo dei mattatori

L'attore è scomparso ieri mattina. Da «Re Lear» alle «Memorie di Adriano» ha interpretato le più grandi opere senza disdegnare piccolo e grande schermo

Giuseppe Conte

C'è un attore che come Giorgio Albertazzi abbia incarnato in sé la passione, la verità, la sconfitta, la grandezza del teatro italiano. Quando ero al Liceo, ricordo che allora Albertazzi e Gassman si dividevano equamente le preferenze tra noi studenti. I cretini sostenevano che la bellezza di Gassman era una bellezza fascista. Era in realtà atletica, spavalda. Invece la bellezza di Albertazzi, che in fondo fascista lo era stato davvero, ufficiale della Repubblica Sociale, era ambigua, sfuggente, istrionica ma problematica, in una parola più moderna. Anche la sua recitazione lo era. Io, che avevo visto un Amleto interpretato da Albertazzi in maglione nero e in chiave esistenzialista, ero tra quelli che preferivano lui. Ma in seguito, quando più volte ci incrociammo, non scattò mai una scintilla di simpatia tra noi: qualcosa sembrava addirittura opporci, qualcosa di ostinato e di inspiegabile, come una assurda rivalità in nome della poesia. Ma devo dire ora che quando al Carlo Felice di Genova scelse di leggere dei miei versi, quella fu la lettura più profonda, più sensibile, più perfettamente ritmica che mai abbia sentito di un mio testo. Era un attore inquieto, creativo, vicinissimo alla letteratura.

E aveva una voce fluente come l'acqua e dorata come il miele. Seduttore, ammiratore di Casanova, e nello stesso tempo sottomesso al principio eterno del femminile. Il suo sodalizio con Anna Proclemer segnò una intera stagione del teatro italiano. E una sera, tanti anni dopo la rottura, sul palco del Premio Flaiano sentii la Proclemer definire Albertazzi «quel mascalzone» con un tono così paradossalmente complice e affettuoso che mi è rimasto in mente sino ad ora. Uscito grazie all'amnistia Togliatti del 1947 dal carcere dove era stato chiuso come aderente alla Rsi, Albertazzi si laureò in architettura ma per cominciare subito dopo una sfolgorante carriera teatrale, esordendo nel 1949 con il Troilo e Cressida di Shakespeare per la regia di Luchino Visconti, e continuando con Il seduttore di Diego Fabbri, Spettri di Ibsen, La figlia di Jorio di D'Annunzio, I sequestrati di Altona di Sartre. Negli anni Cinquanta, presta subito il suo volto e la sua voce alla neonata televisione. L'idiota, tratto dal romanzo di Dostoevskij, di cui Albertazzi fu sceneggiatore e interprete nel ruolo del principe Myskin con la Proclemer come Nastasja Filippovna, fu un successo di dimensioni ineguagliabili, con 14 milioni di spettatori davanti al video.

Nel 1964, toccò ad Albertazzi l'onore di essere Amleto all'Old Vic di Londra, il teatro di Laurence Olivier, con la regia di Franco Zeffirelli, e di entrare così nel pantheon dei grandi interpreti della più celebre opera shakespeariana. Il cinema, verso cui aveva virato decisamente Gassman con ruoli spesso da commedia all'italiana, non offrì molto ad Albertazzi. Fu un regista francese a usarlo nella sua interpretazione rimasta più famosa: Alain Resnais, che lo volle in L'anno scorso a Marienbad, un film che contava sulla sceneggiatura di Alain Robbe-Grillet, il capofila del Nouveau Roman allora all'apice del successo mondiale. Il film ebbe nel 1961 il Leone d'Oro a Venezia, e l'Oscar per la migliore sceneggiatura originale. Ma non arrivò al grande pubblico, nonostante il titolo diventasse un must nel mondo intellettuale. Albertazzi era versatile, ma non pronto a tutti i ruoli.

Volava alto.

Aveva una sprezzatura aristocratica che non si prestava al comico. E una fedeltà alla letteratura e alla poesia che non dismise mai, anche in tempi ostili come gli ultimi decenni. Si accostò di volta in volta a Borges (Tango con gli allievi), alla Yourcenar (Memorie di Adriano, il suo ultimo sempreverde cavallo di battaglia), a Kafka (Caro Franz), a Calvino (Lezioni americane). E ditemi se questo non è volare alto. A L'Aquila devastata dal terremoto, prestò la sua voce alla Divina Commedia. Albertazzi è stato anche direttore di importanti teatri, scrittore di una autobiografia Un perdente di successo del 1988, che si accosta, per la paradossalità del titolo, a quella del rivale Gassman (Un grande avvenire dietro le spalle), e ha continuato ad apparire in televisione, anche in situazioni borderline, come nella sua partecipazione a Ballando sotto le stelle, a una età anagrafica in cui nessuno balla più.

Ma Albertazzi poteva permetterselo. In televisione, lo abbiamo visto con Dario Fo in una serie di spettacoli che erano lezioni sullo stato del teatro. Due istrioni diversissimi eppure legati da un filo rosso che è la inesauribile voglia di stare sulla scena.

Parlando di Fo, Albertazzi ebbe a dire che Fo preferiva Ulisse, mentre lui era per Achille. Non poteva svelarci meglio la propria identità individualista e in fondo anarchica. Ulisse è l'eroe del ritorno a casa, prediletto da tutta la letteratura che conta, l'eroe dell'astuzia e del nichilismo, che si fa chiamare Nessuno per ingannare il povero Ciclope. Achille è il giovane eroe solare che combatte senza odio e interesse, perché si compia il proprio destino.

Con la sua predilezione per Achille, condivisa da pochi tra noi contemporanei, Albertazzi ci ha detto e lasciato il suo testamento: bisogna essere sempre giovani, avventurosi, fedeli alle proprie passioni eroiche, anche a quelle sbagliate.