"Io, pazzo e spregiudicato in una serie che apre il futuro della tv"

Bob Odenkirk è il protagonista di "Better call Saul" in onda dal 16 su Netflix. È lo spin off di un altro caposaldo come "Breaking bad". "E dire che io non sono nato per recitare"

nostro inviato a Los Angeles

Ma guarda come sorride Bob Odenkirk mentre parla della serie Better Call Saul che arriva con la seconda edizione a tempo record. Volto bello e affilato alla Kevin Costner, risata facile, 53 anni e una mostruosa carriera da attore, regista, sceneggiatore sia in tv che al cinema, è il protagonista dello spin off di Breaking bad che Netflix lancerà dal 16 febbraio per dieci settimane: «Ancora non posso crederci di essere in questo cast». Qui a Los Angeles le strade sono tappezzate dai manifesti promozionali e la gente li fissa a faccia in su perché l'anno scorso la prima serie di Better ha avuto ascolti da primato e, soprattutto, è diventata un cult in tempo reale. Lui è Saul Goodman che a Omaha nel Nebraska prova a nascondersi cancellando anche il vero nome che usava due anni prima in Breaking Bad, quello del micragnoso e spregiudicato avvocato penalista James McGill. Ora fa il panettiere di un centro commerciale e si consola guardando in videocassetta le immagini del passato. Un'ambientazione inquietante alla quale Mike Ehrmantraut (ossia Jonathan Banks) aggiunge un tocco surreale. Una serie che fa scuola. «Tutti l'aspettano, me ne rendo conto», dice lui nella saletta del The London in piena West Hollywood. «E dire che non ho superato neanche un casting per essere qui, tutto è stato un caso», sorride facendo l'occhiolino. Così, a prima vista, resta un attore anche quando è lontano dal set.

Però, mister Odenkirk, Better Call Saul non sembra così casuale, anzi.

«E invece sì, questo è uno show che non ha formula».Capirai, non è possibile.«Cerco di spiegarmi: in serie come Csi sai che se prendono l'assassino con una storia che regge, gli sceneggiatori hanno fatto un buon lavoro. Qui no, è tutto in divenire».

E che cosa diventa il suo personaggio?

«In questa stagione diventerà più pazzo e spregiudicato di quanto sia mai stato anche in Breaking Bad. E penso che a un certo punto sparirà perché gli succederà qualcosa di brutto...».

Addirittura?

«Sin dai tempi di Breaking Bad, scritto da Vince Gilligan (cui in Better call Saul si è aggiunto Peter Gould - ndr) ogni volta che leggo la trama mi rendo conto che Saul è un personaggio perfetto da uccidere».

Il Time ha scritto che questo è l'unico spin off che non delude.

«In effetti indaga nella personalità di un personaggio familiare di Breaking Bad ma trovandogli una profondità che apre nuovi orizzonti. Lui beve liquori economici cercando di rimediare agli errori del passato».

Provi a dare una definizione più centrata.

«Scopre che c'è qualcosa di rotto e sbagliato dentro di lui».

In ogni caso questo ruolo le ha consegnato le nomination come miglior attore agli Emmy e ai Golden Globe.

«E se proprio devo dirlo, non capisco perché il pubblico ha deciso di darmi questo onore».

Oltretutto lei nelle serie tv è stato più che altro un attore di secondo piano.

«Ho speso la maggior parte della mia carriera a recitare e a scrivere sketch in commedie. E, a dirla tutta, il mio ruolo in Fargo con Billy Bob Thornton e Kirsten Dunst è stato molto, ma molto, meno complicato di questo. Ma dopotutto io non sono nato come attore».

Ha iniziato a scrivere sketch divertenti quando era ancora alle superiori.

«Avevo visto uno show al Second City Theater di Chicago e da allora la mia vita è cambiata. Sono sempre stato un fan dei Monty Python e ho provato a portare il non sense nei miei ruoli».

In effetti i manifesti di questa serie di Better Call Saul sono un po' non sense: c'è lei che cammina in salita sfidando la legge di gravità.

«In sostanza tutto il senso di Better Call Saul è che divento l'alter ego del personaggio che ero in Breaking Bad. Sembra difficile ma è la magia ipnotica di questa serie».